FINANZIAMENTI DELLE CURE ODONTOIATRICHE: TUTTO FACILE?

Pubblico un breve “botta e risposta” fra alcuni utenti del forum ODONTOline.it e il sottoscritto (moderatore del forum). L’argomento sono i “finanziamenti” che, tramite i dentisti, alcune società finanziarie concedono ai pazienti al fine di pagare le cure ricevute o da ricevere. In particolare, il tutto prende spunto dalla diffusione di nuovi prodotti creditizi, immediati e che non richiedono istruttoria, che il dentista può gestire direttamente in studio da un terminale POS. Un utente del forum domandava quindi se tali prodotti convenivano, se qualcuno aveva esperienza sugli stessi, insomma, se “funzionavano”.

Ovviamente, visto che la pratica di questi “finanziamenti” è assai diffusa, le risposte non sono mancate, ma alcuni aspetti, diciamo più “tecnici”, ad avviso del sottoscritto non venivano focalizzati, e così ho detto la mia.

Come prima cosa, ho chiarito che il dentista ha a disposizione due diversi prodotti finanziari da offrire ai suoi pazienti: una si chiama “finanziamento”, l’altra è la “cessione del credito”. I due tipi di prodotto, comunque, fanno parte del “credito al consumo”, regolato dal Testo Unico Bancario, articoli da 121 a 126. Questi nuovi prodotti basati sul POS, di solito fanno parte della seconda categoria.

Per quanto si leggerà oltre, è importante che il dentista sappia esattamente, rispetto ai prodotti finanziari che eventualmente proponesse ai suoi pazienti, se si tratta dell’un tipo o dell’altro. Naturalmente, nulla vieta di averne di entrambi i tipi. Non sempre però tale differenza risulta dal materiale pubblicitario delle società che li propongono, meglio quindi fare la domanda alle persone di questa che ve li presenteranno. In ogni caso, ecco le differenze fra i due tipi di credito al consumo:

1) il finanziamento è quello che si fa prima di cominciare la cura, la cessione del credito invece si fa (solo) a cure eseguite;

2) per il finanziamento alla finanziaria si manda un preventivo, con la cessione la fattura per cure già fatte (a prova dell’esistenza del credito);

3) con il finanziamento, quando la finanziaria manda i soldi si fa una fattura intestata al cliente, invece che alla finanziaria come si dovrebbe, in virtu del fatto che il cliente ha delegato la finanziaria a pagare, in suo nome e conto, il dentista; per il dentista l’incasso è compenso professionale ed è considerato per lo studio di settore, il paziente porta in detrazione l’importo che risulta in fattura tutto nell’anno, anche se paga a rate;

4) con la cessione invece, l’incasso non è più un compenso professionale, si veda il successivo paragrafo. Al paziente facciamo comunque detrarre la spesa che risulta dalla fattura tutta nell’anno.

Una questione che ritengo parecchio importante, di tipo fiscale, che ho posto nel forum, è la seguente. Gli incassi ottenuti con i prodotti basati sulla “cessione del credito”, non sono più incassi dovuti alla professione ma, in base al secondo comma dell’articolo 6 del TUIR, “proventi conseguiti in sostituzione di redditi”. La conseguenza è che in dichiarazione dei redditi vanno messi nel rigo RE3 e non in RE2, e allora vanno a finire nel rigo G03 dello studio di settore e non in G01. Lo studio di settore, come si dovrebbe sapere, calcola un minimo annuale di incassi da dichiarare, e lo confronta con quanto effettivamente dichiarato nel rigo G01. A due miei clienti è capitato che, utilizzando un sistema di finanziamento dei loro pazienti basato sulla cessione del credito, si sono trovati non congrui nello studio
di settore.

Infine, sempre ragionando attorno ai finanziamenti basati sulla “cessione”, non ci si dimentichi di chiedere, a chi propone l’adesione a questi prodotti, che cosa succede qualora il paziente non pagasse le rate alla finanziaria: le chiederanno al dentista o si assumeranno loro il rischio dell’insolvenza?

Argomenti come questi saranno affrontati nel corso per i dentisti e il loro personale “Dalla clinica allo sviluppo del reddito”, in programma a Milano il prossimo 14 Ottobre.

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“BUFALE” FISCALI PER DENTISTI: ECCONE ALTRE DUE

Articolo di Paolo Bortolini
dottore magistrale in economia aziendale
dottore commercialista
consulente aziendale specializzato per l’Odontoiatria
dicembre 2016

Si vedono in Internet, su pagine e siti dedicati ai dentisti, articoli scritti da persone che farebbero bene a consultarsi, prima di pubblicare, con un bravo commercialista iscritto all’Ordine. A meno che, per motivi loro, vogliano proprio distorcere la realtà per fare titoli accattivanti o, come ho visto fare, per cercare argomenti in grado di convincere con più facilità i dentisti ad aderire a qualche iniziativa commerciale. In tali casi, a queste persone consiglio di considerare il rischio di subire le rimostranze di qualche deluso dagli esiti delle decisioni prese fidandosi dei loro messaggi.

Già durante l’anno, avevo segnalato la “leggenda metropolitana” dell’obbligo, del tutto inventato chissà da chi e perché, di scrivere sulla fattura il numero identificativo che si legge sul contrassegno telematico con il quale il dentista assolve l’imposta di bollo sulle ricevute. Tale “leggenda” è stata perfino ripresa e divulgata da associazioni di categoria in vari documenti sull’argomento “marca da bollo”, in gran parte dei quali, peraltro, questa non era l’unica inesattezza.

Purtroppo, da buone “bufale”, queste false notizie disorientano, disturbano, fanno perdere tempo. A me arrivano troppe email da clienti e non, che chiedono chiarimenti su notizie infondate. Nei social network se ne parla. Nei miei corsi vengo interrogato. Con questo articolo rispondo collettivamente in merito alle ultime due che sono “in giro”.

Bufala nr. 1: la nuova “IRI” si applica anche ai dentisti

Veniamo alle nuove “bufale”. La prima è quella sulla nuova imposta IRI, acronimo di “Imposta sul Reddito Imprenditoriale” approvata con la “legge di bilancio” per il 2017, che secondo alcuni riguarderebbe anche i liberi professionisti e che, in base a tale assunzione, tratteggiano un prossimo futuro nel quale il volume delle tasse potrebbe ridursi. Falso. Vediamo perché.

Questa nuova IRI consente di sottrarre all’ordinaria tassazione IRPEF parte degli utili annuali, e precisamente quelli che non si prelevano. Non è che proprio non si pagano più tasse, su questa parte degli utili, ma la tassazione, del 24% quindi più bassa della più bassa delle aliquote IRPEF, è una “imposta sostitutiva” (si chiama così perché, appunto, si applica in sostituzione dell’IRPEF, ma non è che “abolisce” quest’ultima). In sintesi, se si “lascia in azienda” parte degli utili, presumibilmente per reinvestirli, la tassazione complessiva, che sarà un misto di IRI e di IRPEF, si riduce. Bella idea. Peccato sia riservata alle sole imprese individuali e alle società di persone commerciali, purché in contabilità ordinaria. I professionisti non ci sono.

L’IRI nasce nella legge nr. 23 del 2014, intitolata “Delega al Governo recante disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente, e orientato alla crescita”, detta anche “Riforma fiscale”. Per “delega” s’intende che il Parlamento, che ha approvato la legge, dice al Governo di emanare altre leggi per attuare quanto indicato. Dell’IRI ne parla espressamente l’art. 11, la cui “rubrica” (cioè il titolo) recita “Revisione dell’imposizione sui redditi di impresa e di lavoro autonomo e sui redditi soggetti a tassazione separata; previsione di regimi forfetari per contribuenti di minori dimensioni”.

Peccato che, per quanto riguarda il lavoro autonomo, in quell’articolo si dice sì al Governo di emanare un provvedimento, ma è quello per chiarire la definizione di “autonoma organizzazione” ai fini dell’esenzione dall’IRAP dei “piccoli” (e che, a mio avviso, data la sua assurdità è sperabile non sia mai emanato), e basta. Magari, quelli che scrivono su Internet sostenendo che l’IRI riguarda anche i liberi professionisti, si sono limitati a leggere solo il titolo, di questo articolo.

Nella “legge di bilancio” per il 2017, da poco approvata e in attesa di pubblicazione in G.U., l’IRI è effettivamente entrata in vigore, ovviamente solo per i soggetti cui era destinata nelle intenzioni del Legislatore di cui ho detto, e solo su opzione a partire dal 2017. Questo in base alle disposizioni dell’art. 68, il quale inserisce un nuovo articolo, il 55 bis, nel Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), che esordisce con queste parole: “Il reddito d’impresa degli imprenditori individuali e delle società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria….”. Esattamente come da programma.

Bufala nr. 2: la deduzione al 100% delle spese per i corsi è già in vigore

Le spese per i corsi di aggiornamento professionale e per la partecipazione a congressi sarebbero già diventate, secondo qualcuno, interamente deducibili, non soffrendo più la nota limitazione al 50% di quanto pagato.

E’ vero che se n’è parlato molto di questa importante novità, è vero che l’iter parlamentare è, forse, alle ultime battute, ma a oggi, non è ancora legge dello Stato. E’ una “pia intenzione” e nulla più. Fino a quando questo nuovo provvedimento non sarà definitivo, i corsi si dedurranno ancora al 50%. E potrebbe anche capitare che la deducibilità dei corsi al 100% sarà operativa, se mai lo sarà, perché non si può escludere perfino che il Parlamento cambi idea, la proposta di legge è infatti alla prima lettura presso la Camera, dal 2017 o chissà quando.

Ora, io ho visto (e conservo) pagine Internet di relatori e organizzazioni che già quest’anno hanno offerto corsi di formazione ai dentisti, mettendo in bella evidenza nei loro materiali informativi questa presunta e indubbiamente appetibile, tanto da poter essere l’argomento decisivo per decidere di iscriversi a un certo corso, integrale deducibilità. Se qualcuno, fidandosi dei messaggi descritti, avesse già versato la quota di iscrizione a uno di questi corsi e non potrà dedurla al 100% come promesso, provi a chiedere a chi gli ha venduto il corso di rifonderlo delle tasse che pagherà in più rispetto alle promesse, avrà ottime probabilità di ottenere quanto richiesto.

Quanta serietà dimostrano quei relatori e quelle organizzazioni che hanno strombazzato per tutto l’anno questa “ipotesi di legge”, come fosse cosa fatta?

Chi fosse interessato a sapere come sta procedendo l’iter parlamentare di questa proposta di legge (è la nr. 2017, il cosiddetto “Statuto delle attività professionali” o Jobs act lavoro autonomo), può consultare la pagina del sito della Camera dei deputati a essa dedicato.

Concludo invitando i dentisti a vagliare bene, meglio e con attenzione, la qualità della fonte da cui provengono informazioni fiscali, giuridiche e sulle società, perché non tutti sono in grado di fornirle in modo corretto. Dare credito su questi argomenti a dentisti che ne scrivono nel tempo libero, a giornalisti per i quali è uguale scrivere di questo piuttosto che dell’ultima novità del mercato dei compositi o a qualche società di il cui unico scopo è vendere a tutti i costi i suoi servizi, può riservare sorprese.

ID MARCA DA BOLLO SULLE FATTURE DEL DENTISTA? MI DICONO CHE NON E’ VERO…

Da qualche tempo ha preso a circolare, anche nel mondo dei dentisti, una sorta di “leggenda metropolitana”, secondo la quale chi emette una fattura cartacea soggetta a imposta di bollo, “deve” da quest’anno annotare sull’esemplare che resta a lui o a lei il numero di identificazione (“ID”) che appare sulla “marca da bollo” (rectius contrassegno telematico) apposta sull’esemplare consegnato o spedito al cliente. Per molti una “fatica” in più. Sulla questione, ho ricevuto numerose richieste di chiarimenti, sia da dentisti che da commercialisti.

A seguito di attente verifiche, considero tali proposizioni destituite da ogni fondamento: non esiste alcun obbligo di annotazione dell’ID del contrassegno telematico sulle fatture. E ciò vale per i “regimi fiscali” ordinari, semplificati e speciali (“di vantaggio” o dei “minimi”).

marca

Ci sarebbe da interrogarsi sull’origine di questa “leggenda” (ancora non me la sento di chiamarla “bufala”, ma ci siamo vicini), ma proprio perché tale non è facile rinvenirla. Pare però che qualcuno, avvezzo a copia-incolla “selvaggio” da Internet, ha pensato di far circolare dei disinformatissimi documenti sull’argomento marca da bollo, dei patchwork le cui “pezze” però erano irrimediabilmente “fallate”, cioè infondate. Infatti, si noti che nei siti nei quali si afferma questa cosa, mai si vede un riferimento a estremi di legislazione o di prassi. Per il futuro, consiglio a chi volesse cimentarsi nella preparazione di documenti sull’argomento “marca”, di frequentare i miei corsi o almeno di farsi revisionare il testo da un commercialista, prima di divulgarlo.

Se proprio si volesse fare uno sforzo per cercare giustificazioni purchessia alla fatica di annotare l’ID del contrassegno telematico sull’esemplare che resta presso l’emittente della fattura, la si potrebbe pensare come creazione della prova dell’avvenuta apposizione della marca sull’esemplare consegnato o spedito al cliente. Purtroppo è soluzione inefficace, in quanto dall’ID si può solo risalire (tramite un servizio online dell’Agenzia) alla regolarità del contrassegno (autenticità e data di emissione), ma non dimostrare che questo sia poi stato effettivamente apposto sull’esemplare consegnato al cliente. Inefficaci in tal senso, e comunque non richieste dalle disposizioni, si devono considerare anche annotazioni sulla fattura quali “Bollo assolto sull’originale” o similari. Tra l’altro, le locuzioni “originale” e “copia” sono del tutto improprie quando si tratta l’aspetto tributario della fatturazione, e chi le usa dimostra scarsa precisione. La “prova regina” dell’assolvimento dell’imposta di bollo, è unicamente la conservazione della fotocopia dell’esemplare consegnato o spedito al cliente recante il contrassegno.

PIU’ ODONTOIATRIA NEL NUOVO STUDIO DI SETTORE, ANCHE “ESTETICA”

– di Paolo Bortolini *, Marzo 2016

Il nuovo studio di settore YK21U, in vigore per i periodi d’imposta 2015, 2016 e 2017, porta un buon numero di novità, e non solo per quanto riguarda il “conto” che presenterà al momento della dichiarazione (che tuttavia appare meno “salato” del precedente), ma anche per capire come gestire meglio l’intera “partita” fiscale nella professione (ha perfino un indice interno, non ufficiale, che calcola una sorta di reddito imponibile minimo atteso dal fisco). Tutte cose che spiego nei miei corsi, e che si trovano nell’esclusivo software di contabilità e amministrazione dello studio riservato ai miei clienti.

Fra queste novità, desidero intanto segnalare la nuova articolazione della tipologia dell’attività di dentista, nel quadro D di YK21U. Già dal “colpo d’occhio” sulle immagini allegate, le tipologie rispettivamente del vecchio WK21U e del nuovo YK, ci si dovrebbe accorgere dei cambiamenti.

Sui righi da D01 a D07 di YK si vede una new entry assoluta, su cui conto di ragionare con un nuovo articolo. Qui faccio solo osservare che la “Tipologia dell’attività” non si riferisce più soltanto a quelle che comunemente si chiamano le “branche” odontoiatriche, ma è “incrociata” con alcune particolari modalità di esercizio della professione. In questo studio di settore dunque, l’impatto delle caratteristiche produttive e organizzative sulla “posizione fiscale” del professionista, il cluster, è più ampio che in precedenza.

Osserviamo ora i cambiamenti portati dalle nuove “Aree specialistiche”. Si ricorda che è con queste descrizioni che si dovrebbero confezionare le fatture, anche se non è un obbligo. Innanzitutto nuove parole: l’implantologia, che è una delle branche “fiscalmente sensibili” (che definisco tali perché utilizzate dal GE.RI.CO. nella determinazione del cluster, insieme a parodontologia, protesi, chirurgia orale e ortodonzia), cambia nome, e diventa “Chirurgia implantare”; l’igiene e la prevenzione si arricchiscono dell’aggettivo “orale”. Si tratta di affinamenti terminologici, che avvicinano il linguaggio del fisco e della clinica. Decisamente più di “sostanza” è invece l’avvenuta “separazione” della conservativa e dell’endodonzia, cosa che consentirà maggiore precisione in sede di eventuale ricostruzione induttiva dei compensi.

Nuovissime invece le due specialità della Gnatologia (D09) e della “Odontoiatria estetica” (D18). Se per la prima, è plausibile pensare che il fisco ne abbia deciso l’ingresso osservando che tale specialità è presente da tempo nei nomenclatori delle società scientifiche e delle assicurazioni, la motivazione della presenza della seconda, i cui riferimenti scientifici sono meno consolidati e che nei nomenclatori assicurativi è presente si, ma per chiarire che tali prestazioni sono “escluse da ogni rimborso”, è meno scontata.

La novità della presenza dell’odontoiatria estetica nel modello ufficiale dello studio di settore fa sorgere, nella mente del fiscalista, una domanda: forse che dal 2015 (primo anno di validità di YK21U), certe prestazioni prima considerate “voluttuarie” saranno invece ritenute di natura sanitaria? Se così si concludesse, ciò significherebbe due cose: la prima che tali prestazioni non sarebbero più soggette all’Iva, la seconda che il paziente del dentista potrà portare in detrazione dalla sua Irpef la spesa sostenuta. Sul punto si vedano la risoluzione 9/E del 16/2/2010 e la circolare 17/E 24/4/2015.  Al limite, ciò potrebbe perfino portare le assicurazioni a rivedere l’attuale preclusione al rimborso. Se così fosse, la novità andrebbe a favorire la diffusione di questi interventi, in quanto diventerebbero meno dispendiosi.

Dal punto di vista del Fisco però le cose potrebbero essere state diversamente considerate. Infatti, vista la diffusa propensione dei dentisti a proporre servizi collegati alla pura estetica (mentre scrivo questo articolo sono 334000 le referenze per “odontoiatria estetica” su Google, contro le 201000 di Gnatologia o le 232000 di O. conservativa), e dunque anche guardando ai probabili connessi volumi di fatturato, l’esenzione dall’Iva in base all’ipotesi di “sanitarietà” acquisita quasi ex lege, “blocca” la possibilità di avvantaggiarsi della detrazione di parte dell’Iva pagata sugli acquisti di beni e servizi che sarebbe invece consentita, a fronte delle fatture emesse con l’Iva aggiunta, se queste prestazioni fossero considerate “voluttuarie”. Una vicenda regolata dalla sentenza 91/12 del 21/3/2013 della Corte di giustizia UE, potrebbe far pensare che l’ingresso dell’odontoiatria estetica nello studio di settore si possa prestare a tale scopo. E se così fosse, chi avesse già emesso fatture con l’Iva aggiunta potrebbe essere in futuro oggetto di rilievi da parte del Fisco.

Per concludere questo rapido esame della novità “estetica” in commento, giova ricordare che per decidere su “natura sanitaria si o no”, essendo lo studio di settore un oggetto del diritto tributario è necessaria l’interpretazione. Preziosi per l’interprete saranno, oltre che le posizioni ufficiali del Ministero e l’eventuale giurisprudenza che si formerà a seguito dell’azione di controllo che l’Agenzia e la Guardia di Finanza eserciteranno sul punto, anche quanto sarà prodotto dalle associazioni dei dentisti.

Un ultima novità. Sparisce dalle “attività” quella della “Fabbricazione di protesi”, cioè la fatturazione ad altri dentisti di lavori protesici eseguiti nell’eventuale esercizio di attività di odontotecnico oltre a quella di dentista, situazione ora meglio definita al rigo D06.

Con l’occasione, segnalo che sono disponibile a fornire consulenza, ai dentisti e a chi li assiste per la fiscalità, su ogni questione riguardante gli studi di settore della serie K21 e l’applicazione delle disposizioni tributarie alla professione.

 

* Dottore magistrale in economia aziendale, abilitato per la professione di Dottore commercialista. Consulente aziendale specializzato per l’odontoiatria. Tel. 0498962688

730 precompilato e dentisti: in Finanziaria le attese modifiche. Tutto a posto?

(an Italy’s tax law topic)

La L. 208/2015 “di stabilità” (ex “Finanziaria”), all’art 1 comma 949, in modifica degli artt. 1, 3 e 5 del Dlgs. 175/2014, affronta e forse “risolve” le questioni controverse:

– estende l’obbligo di comunicazione (com’era prevedibile) alle strutture “autorizzate” (s. associati, società commerciali), peraltro “per le prestazioni sanitarie erogate a partire dal 1/1/16”;

– modifica il testo ove riguarda gli iscritti a OM, cambiando le parole riferite alle fatture da inviare da “prestazioni erogate NEL 2015”, a “prestazioni erogate DAL 2015”, come interpretare questa modifica non saprei; a botta mi verrebbe da dire che, in coerenza con quanto è stato deciso per le società, l’obbligo di invio per il 2015 non sussisterebbe più, ma il testo è sibillino, infatti, sembra più fatto per correggere una svista precedente: se scrivo “nel 2015” intendo che si devono inviare solo quelle di quell’anno, se scrivo “dal 2015” anche quelle degli anni successivi al 2015 (e se, come sarà, è così, non v’è dubbio che si è creata una discriminazione fra i professionisti e le società, come giustificarla?);

– estende l’obbligo di comunicazione anche per le fatture fatte a chi non manda il 730 precompilato, cioè a “tutti i cittadini”;

– ribadisce la sanzionabilità delle omissioni e degli errori negli invii;

– conferma l’attenuazione delle sanzioni per violazioni “lievi”, ma condizionandole di fatto al comportamento più o meno corretto/informato del vs. cliente in fase di dichiarazione (quindi il rischio di non poter usufruire dell’attenuazione in caso di errori o dimenticanze è alto).

Allego testo del provvedimento in pdf: Legge_STABILITA_2015_comma_949

Leasing o leasing operativo? Un dentista nel dubbio

Nel forum “Gestione dello studio” della community odontoiatrica Odontoline.it, di cui sono Moderatore, è stato postato un topic dal titolo: “Noleggio operativo, cercasi suggerimenti”. Scrissi un articolo sulla questione dei modi d’acquisto dei beni strumentali, del quale ho ricordato l’esistenza in questo topic. Mi è stato poi chiesto di intervenire, per dire se  l’ articolo a cui ho fatto riferimento, del 2011 , visto lo stato attuale delle cose , intendendo nuove leggi , è ancora valido e se, infine, si può consigliare il leasing o il leasing operativo. Ho così risposto:

Confermo intanto quanto scritto nell’articolo, e cioè che la scelta fra acquisto di un bene in proprietà, in leasing o con leasing operativo andrebbe fatta in primo luogo basandosi piùttosto rigidamente sulle considerazioni lì indicate, in sostanza sulle caratteristiche tecnologiche del bene, sulla sua attitudine a durare in efficienza, sui programmi di liquidità che ci si pone, pensando anche alla possibilità di ricevere o meno credito dalla banca per l’acquisto. Le considerazioni sul costo delle diverse modalità e il risparmio fiscale dovrebbero essere tenute per ultime. L’articolo andrebbe visto come una guida piuttosto rigida, e vivamente consigliata, dell’iter di questi ragionamenti.

Lei mi chiede delle “novita”.

Per i finanziamenti (cioè i mutui), proprio questa mattina un mio cliente mi ha informato di avere trovato una banca che gli finanzierà l’acquisto di un’autoclave al 2,5%. Quindi di nuovo c’è che si trovano tassi decisamente vantaggiosi. Come è noto, in caso di acquisto con finanziamento la deduzione avviene ammortizzando il costo del bene in un periodo di tempo minimo stabilito dal decreto ministeriale. Un vecchissimo adagio da ragionieri, quindi niente di nuovo, per quanto riguarda la durata del finanziamento-alias-mutuo consiglia di tenerla lunga tanto quanto il tempo si pensa il bene sarà utilizzato.

Per il leasing finanziario, già dal 29/4/2012 c’è la possibilità di stipulare contratti di durata breve, inferiore al periodo dello loro deducibilità (che rimane la metà del periodo legale di ammortamento: per i beni strumentali afferenti alla clinica si tratta dunque di quattro anni), cosa che prima non era possibile. Per capirsi, si può pagare un leasing in due anni, per risparmiare sui suoi interessi, ma si continua a dedurre questo costo in quattro. Quindi dal punto di vista fiscale, di fatto, nulla è cambiato.

Si tenga infine presente che un finanziamento e un leasing finanziario sono la stessa cosa, solo che il secondo non va a pesare sul “fido” concesso dalle banche, lo si può ottenere anche quando la banca non ci darebbe più nulla, ed è questo il motivo per cui lo si fa, se no si fa il finaziamento.
Per il leasing operativo, la novità è quanto sto per dire, che rappresenta il mio pensiero. Assistendo vari dentisti, mi capita frequentemente di vedere preventivi e contratti di acquisto dei beni strumentali. Di solito viene fatto un preventivo per il leasing e uno per il l. operativo (o “renting”, o “noleggio”). Di solito sono più o meno simili, uno costa un po’ di più dell’altro, e mi domando perchè visto che il bene è lo stesso, chi lo vende anche, la finanziaria è la stessa e, soprattutto, lo è anche il contenuto dei due contratti, i quali prevedono (talvolta con una scrittura privata separata, per il renting) che alla fine delle rate il dentista si impegna ad acquistare il bene. Giuridicamente, ciò significa che tutti e due i contratti, in caso di contenzioso o di controllo fiscale, molto facilmente sarebbero considerati aventi la stessa causa, cioè il leasing finanziario (messo giù meglio: un contratto di prestito di denaro anzichè uno di locazione). Il leasing operativo dovrebbe essere quel contratto per cui uno può permettersi di utilizzare qualcosa che gli è utile per migliorare il suo lavoro, per fare cose che prima non faceva, per dare una migliore immagine, pur non avendo i mezzi per comprarla. Per capirsi, è quella formula pubblicizata da molte case automobilistiche, di solito inclusiva di manutenzione e altri servizi. Si noti che in questo esempio è il produttore del bene che lo offre a noleggio, e così dovrebbe essere sempre: non è del tutto normale che sia un rivenditore ad offrirlo. I contratti di leasing “operativo” che girano fra i dentisti, in taluni casi potrebbero essere dunque dei leasing finanziari “travestiti” che costano di più. Fatte queste doverose osservazioni, è comunque indubbio che tali contratti abbiano trovato buona accoglienza.

Il motivo ritengo sia quello fiscale. Ed è rilevante solo per i liberi professionisti, non per le imprese: paghi un po’ di più del leasing, ma hai alcuni vantaggi, dovuti alla differente deducibilità dei due tipi di spesa. Infatti, con il “renting” si va “per cassa”, con il leasing “per competenza”. Dunque, cosa significa questo? Che se vuoi dedurre in modo più “accelerato”, sempre se ne abbia bisogno, lo puoi fare solo con il “renting”. Parliamo di “maxirate” e di durate dell’operazione inferiori al minimo di legge previsto per leasing finanziario e finanziamenti. Bene. Tali vantaggi quindi non sono generalizzabili, ma possono esserci solo se c’è la contemporanea necessità di ridurre l’imponibile dell’anno in cui si fa il contratto, con la “maxirata” (senza esagerare), o quello dell’annualità corrente e delle successive due con le rateazioni di durata breve. Naturalmente, quando si attuano queste politiche, ci si dovrà anche preparare a dimostrare a qualcuno autorizzato a chiederlo, che quel contratto, si chiama “operativo” e lo è veramente, e non è invece “finanziario” come magari costui potrebbe ipotizzare.
Dico anche che per lo studio di settore non c’è alcuna differenza fra il leasing e il leasing operativo. Aggiungo pure che anche i contratti di leasing operativo sono oggetto dell’obbligo di comunicazione all’Anagrafe Tributaria da parte delle società di leasing.

Per finire sul leasing operativo, posso testimoniare, essendo operazioni fatte da un mio cliente, può essere buono non solo per ridurre le tasse, ma anche per migliorare il rendimento dell’attività. Ad esempio, ha fatto L.O. per tutti i manipoli e le turbine, rinnovando quindi l’intero loro “parco” ogni due anni, prima che i costi di manutenzione esplodano e potendo così lavorare sempre con strumenti di massima efficenza. Ha in studio tecnologie importanti, senza mai farle diventare di proprietà e rinnovandole ad ogni “salto” tecnologico, favorendo così fra le altre cose anche l’immagine. Questo mio cliente sta sostenendo da anni un notevole esborso annuale, intorno ai 50K, è uno studio monoprofessionale con tre poltrone, ma è anche quello con l’incidenza dell’Irpef sui compensi più bassa fra quelli che seguo, e con il saldo di banca (dello studio) abitualmente di sei cifre, e non ha il segno meno davanti.

Indagini bancarie, non servirà più giustificare anche i prelevamenti

Per la Corte Costituzionale “irragionevole” la nota presunzione legale.

Con la sentenza 228 del 6/10/2014, la Corte Costituzionale, decidendo su una pregiudiziale sollevata dalla CTR del Lazio, ha chiuso una “querelle” ormai decennale dichiarando l’illegittimità, per quanto riguarda i professionisti, della seconda parte del comma 2 dell’art. 32 del DPR 600 del 1974, accertamento delle imposte sui redditi, quella che recitava: “…;… sono altresì posti come ricavi o compensi a base delle stesse rettifiche (dei redditi dichiarati ndr) ed accertamenti, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e semprechè non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei suddetti rapporti (conti correnti bancari ndr)”.

La Corte ha dichiarato l’incostituzionalità delle parole “o compensi”, introdotte nel testo della disposizione dalla Legge 30/12/2004 (“Finanziaria” 2005) con decorrenza degli effetti dal 1/1/2005, escludendo quindi dall’operatività della disposizione i professionisti ma non i ricavi delle imprese.

Moltissimi professionisti sanno, e se ne è parlato più volte anche qui, che in presenza di verifiche fiscali condotte con il metodo delle “indagini finanziarie”, cioè l’esame dei movimenti dei conti correnti di un periodo d’imposta, venivano “ripresi a tassazione” non solo i versamenti dei quali non si sapeva dare spiegazione, ritenuti in sostanza incassi non fatturati, ma anche i prelevamenti che non risultavano nella contabilità fiscale, cosa peraltro possibile solo per chi fosse stato in “ordinaria” (una minoranza) o per chi dispone di un adeguato sistema personale di registrazione delle operazioni, o dei quali non si fosse in grado di indicare il beneficiario. Sulla questione ho pubblicato l’articolo “Il rischio fiscale inutile”, reperibile su Internet.

Se per quanto riguarda i versamenti non collegati a fatture la logica presuntiva del Fisco è comprensibile, molto più arduo era comprendere quella per cui anche i prelevamenti potevano, ex lege, trasformarsi in compensi tassabili. Tanto che si parlava di “presunzione contro natura”. Ciò nonostante, non sono stati pochi i professionisti che si sono trovati a dover rendere conto dei loro prelevamenti di contanti allo sportello o al Bancomat, magari a distanza di anni, andando a raccontare al Fisco che servivano per il regalo di compleanno ai figli, per la spesa al supermercato, per comprare un paio di scarpe o per farsi una vacanza. Chi c’è passato sa quanto spiacevole sia stato dover verbalizzare aspetti delle propria vita privata che, in quanto tali, andrebbero considerati riservati.

Oltre a questi poco simpatici aspetti, alla fine della verifica ci si poteva, e quante volte è capitato, vedere addebitati i prelievi in contanti come redditi, e su questi pagare le tasse, le sanzioni e gli interessi. E’ vero che l’Agenzia delle Entrate da tempo aveva emanato istruzioni di “temperanza” ai propri funzionari, i quali riconoscevano un “mensile” riferito all’uso del contante adeguato al tenore di vita del nucleo familiare, che veniva espunto dai prelevamenti da giustificare. Ma non sempre questo “stipendio” risolveva il problema, per dare un’idea, ho assistito un dentista al quale, con tre figli in età universitaria, venne riconosciuto un “bonus familiare” per l’uso di contanti pari a 500 . mensili. Adesso è finita, d’ora in poi, quando si preleveranno e spenderanno contanti, non ci si dovrà più domandare “cosa potrebbe pensarne il Fisco” in caso di verifica.

Rimane aperta una questione: e chi ha pagato quanto richiesto da atti di accertamento o contenziosi incardinati su questa norma, cosa può fare? Purtroppo nulla, perché in presenza dei cosiddetti “rapporti esauriti”, cioè accettazione o adesione ad accertamenti, sentenze passate in giudicato, quel che è dato è dato. Invece si apre una positiva prospettiva per tutti coloro i quali sono ancora nelle more di una verifica, oppure hanno impugnato un accertamento o una sentenza, nei casi in cui la pretesa dell’Amministrazione fosse fondata in tutto o in parte sulla disposizione ora espulsa dall’Ordinamento con la sentenza della Corte: sarà annullata.

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