Fatture analogiche ed elettroniche dei dentisti: novità sul Bollo

[BOLLO FATTURE DENTISTI]

Di Paolo Bortolini *

La corretta modalità di assolvimento dell’imposta di bollo sulle fatture sanitarie e la richiesta al cliente del suo eventuale recupero, sono argomenti semplici solo in apparenza e in alcuni studi dentistici anche forieri di dubbi applicativi.  Quanto scriverò vale anche in caso di fatturazione elettronica: nulla cambia infatti dal punto di vista normativo. I dubbi possono dipendere anche da notizie prese da Internet, fra le quali si trovano inesattezze e perfino leggende metropolitane, vedi questo mio articolo: “L’ID della marca”. Ricordo che l’imposta di bollo sulle fatture, oggi pari a due euro, è dovuta quando il loro importo supera i 77,47 €..

Le principali, fra le inesattezze internettiane, riguardano: il “chi deve pagare la marca” (rectius chi è il debitore dell’imposta nei confronti dell’Erario), e come la si deve evidenziare in fattura ai fini dell’eventuale suo addebito al cliente. Per la prima, s’incapperà in varie ricorrenze con le stesse identiche parole, ma a firma di diversi “autori” (vattelapesca chi è il primo che le ha scritte) che, in sintesi, sostengono: “il pagamento della marca è a carico del debitore, come si ricava dall’art. 1199 del Codice civile. Per la seconda, che come si dirà è strettamente collegata alla preventiva individuazione del debitore d’imposta, si troveranno fraseologie del genere: “se il bollo è posto a carico del cliente, l’importo della marca va indicato in fattura tra le operazioni escluse dall’IVA art. 15 D.P.R. n. 633/1972.”.

Le due proposizioni sono sbagliate, e fiscalmente rischiose in certi casi. Vediamo perché.

 

1. La fattura non è una “quietanza”

L’articolo 1199 del Codice civile nulla c’entra con le fatture, esso infatti recita: “Diritto del debitore alla quietanza [1]. Il creditore che riceve il pagamento deve, a richiesta e a spese del debitore, rilasciare quietanza e farne annotazione sul titolo, se questo non è restituito al debitore. [2]….”.

La “quietanza” di cui tratta il Codice civile è un apposito atto formato dal creditore che certifica l’avvenuto adempimento di un’obbligazione, di solito pecuniaria, da parte del debitore. Tale atto è formato “a richiesta” del debitore che, per capirsi, sarebbe il cliente del dentista o della società. Ci si trova insomma davanti a vicende di rapporti bilaterali, fra le due parti di un qualche contratto. La fattura è invece emessa per un obbligo di legge che ricade esclusivamente su chi effettua l’operazione, e va perciò emessa “spontaneamente” e non “su richiesta”. E la si può per di più emettere anche in assenza di preventivo pagamento. La fattura perciò nulla ha a che fare con la “quietanza” richiamata dall’art. 1199. Inoltre, se nel Decreto sul bollo fatture e quietanze sono trattate distintamente all’interno dello stesso articolo, come si dirà, un motivo ci sarà pure!

 

2. A chi spetta pagare la marca da bollo?

Detto dell’irrilevanza dell’art. 1199 C.c., vanno ora cassati i dubbi sul fatto che il soggetto passivo di diritto dell’imposta, cioè colui che in base alla legge la deve assolvere, è solo chi emette la fattura. Mai chi la riceve. Questa granitica certezza deriva dalla lettura in combinato di tre articoli del DPR 642 del 1972 (che regola l’imposta di bollo):

  • l’art. 2 comma 1, che fissa il verificarsi del presupposto dell’imposta “fin dall’origine” della formazione di documenti, cioè sulla fonte da cui il documento promana;
  • l’art. 13 della parte A della tariffa, che include le fatture nei documenti soggetti all’imposta fin dall’origine (nel quale si opera anche la distinzione fra fattura e quietanza cui si è accennato);
  • l’art. 23 che vieta ogni patto contrario alle disposizioni del decreto stesso anche fra le parti, ad esempio quello che stabilisse che il debitore dell’imposta non è chi forma il documento, ma chi lo riceve.

Anche sul piano della prassi interpretativa dell’Agenzia delle entrate in riferimento alle fatture sanitarie, è stato chiaramente indicato che debitore dell’imposta è chi forma il documento (risoluzioni 199 del 1995 e 444 del 2008).

Perciò, ogni ipotesi di assolvimento dell’imposta con modalità diversa da quella legale – debitore dell’imposta nei confronti dell’Erario è chi emette la fattura – non va presa in alcuna considerazione.

 

3. Come far pagare la marca al cliente?

La legge non offre dunque alcuna possibilità per “costringere” il cliente a sostenere la spesa per la marca. Giuridicamente, si dice che la legge non prevede la rivalsa, nemmeno in via facoltativa. Il normale comportamento da tenere è perciò il seguente: chi forma il documento assolve l’imposta apponendo la marca da lui prepagata senza inserire alcuna indicazione in fattura e nulla chiedendo a chi riceve il documento (in fattura elettronica barrando un flag al momento dell’emissione e versando in un secondo tempo, per via telematica, l’importo).

Se si vuole recuperare la spesa del bollo, a parte soluzioni extra-contabili che però non permettono a chi riceve la fattura di portarla in detrazione, occorre in primis il consenso del cliente su base non legale ma di gentlemen agreement, ed evidenziare la cosa in fattura. Si parla allora di “traslazione” (ma solo economica, non dell’obbligo giuridico di assolvere l’imposta) del peso dell’imposta: il soggetto passivo di diritto (chi deve legalmente assolvere l’imposta nei confronti dell’Erario) rimane chi forma il documento, ma il soggetto passivo di fatto (chi ne sostiene effettivamente l’onere), diventa chi lo riceve. Si vedrà poi che è questo il motivo per cui non è corretta l’indicazione in fattura dell’importo della marca come “escluso dall’Iva art. 15 D.P.R. n. 633/1972”.

Nel corpo della fattura, insieme alle prestazioni fatturate, si aggiunge una voce tipo “recupero spesa imposta di bollo”, facoltativamente indicandone l’importo, e questa aggiunta avrà la natura di un puro e semplice “aumento di prezzo”, di una integrazione del corrispettivo richiesto per l’opera prestata. Il corrispettivo totale fatturato comprenderà dunque anche i due euro del bollo. In fattura elettronica, per procedere all’aggiunta della voce si dovrà aggiungere una apposita “riga di dettaglio”.

 

4. Perché non va fatturata la marca da bollo come “Esclusa art. 15 DPR 633”?

Venendo al secondo punto della mia “contestazione”, l’articolo 15 del DPR 633, quello sull’Iva, a nulla rileva in quanto la non imponibilità ai fini dell’Iva dei due euro (perché questo è il punto) non può dipendere dalle previsioni di quella norma. Indicarlo in fattura non solo non è corretto, ma può essere anche fiscalmente rischioso, come si dirà.

L’applicazione dell’articolo 15 consente di escludere dalla base imponibile dell’Iva (ma anche da quella delle imposte sul reddito), i rimborsi di spese sostenute in nome e per conto del cliente. Perciò, si potrebbe pensare, siccome alla fine si chiedono i due euro al cliente, altro non si è fatto, acquistando prima e apponendo la marca sulla fattura poi, che anticipare una spesa in attesa del suo rimborso da parte di colui nel cui interesse è stata sostenuta. Idea che se sul piano meramente fattuale si potrebbe anche considerare realizzata, per quanto riguarda l’applicazione della norma tributaria è errata.

Infatti, l’anticipazione di somme “in nome e per conto” del cliente prevista nell’articolo 15, si realizzerebbe solo se la spesa della marca maturasse fin dall’origine nella “sfera giuridica” del cliente in quanto debitore legale dell’imposta. Cosa che, stante l’intangibilità della soggettività passiva di diritto all’imposta, di cui si è detto al punto 2, non può mai verificarsi.

 

5. Qual è il giusto “articolo Iva” per fatturare l’importo della marca?

Non potendo applicare l’art. 15, come spiegato, l’importo della marca indicato in fattura, in quanto operazione diversa dall’effettuazione di prestazioni sanitarie rivolte alla persona che, come è noto, sono esenti dall’Iva, sarebbe imponibile ai fini di questa ultima imposta. Insomma, su quei due euro si potrebbe perfino doverci aggiungere e versare l’Iva!

Per fortuna non è così. Si può infatti invocare la natura “accessoria” alla prestazione principale (medica) dell’aggiunta in fattura della spesa per la marca che si intende recuperare. L’art. 12 del DPR 633, riconosciuta detta accessorietà a quella spesa, dispone che il suo trattamento ai fini dell’Iva sarà il medesimo di quello dell’operazione principale, dunque l’esenzione ex nr. 18) del comma 1 dell’art. 10 del decreto Iva.

Ed è la stessa Agenzia delle entrate che, in via ufficiale, riconosce la natura accessoria dell’aggiunta in fattura della spesa per la marca. Infatti, ben argomenta la già citata risoluzione 444 del 2008 (sottolineature mie): “La stessa conclusione vale nel caso in cui l’imposta di bollo sia stata esplicitamente traslata sul cliente da parte del professionista ed evidenziata a parte nella fattura o ricevuta; come precisato dalla scrivente con la risoluzione 14 luglio 1995 n. 199/E, nulla vieta, infatti, che l’importo del tributo dovuto dal professionista in relazione al documento rilasciato al cliente sia a quest’ultimo addebitato in aggiunta al compenso professionale. Anche in tale ipotesi, l’imposta, separatamente addebitata nella fattura o ricevuta emessa, può essere considerata un costo accessorio alla prestazione professionale…”.

L’articolo Iva corretto con cui fatturare il “recupero” della marca come indicato, sarà il “normale” (per le prestazioni sanitarie) nr. 10 e non dunque il nr. 15.

 

6. Tre implicazioni fiscali di quanto esposto

Potenziali contestazioni in caso di controllo

Se si emette fattura indicando l’importo della marca come “escluso articolo 15”, tale importo, oltre che escluso dall’Iva, non rappresenterà un compenso imponibile ai fini reddituali, ma una “partita di giro” con denaro anticipato in nome e per conto del cliente rimborsato in occasione dell’emissione della fattura. Per chi emette la fattura, tali movimenti saranno perciò, giuridicamente, irrilevanti ai fini della tassazione del suo reddito. Mancando l’imponibilità come compenso, simmetricamente viene meno la deducibilità della correlativa spesa, in quanto non sostenuta perché, come indicato in fattura, rimborsata dal cliente. Qualora la spesa per marche così fatturate fosse stata comunque portata in deduzione, la si sarebbe dedotta senza averne diritto e ciò potrebbe essere contestato in caso di controllo fiscale.

Inoltre, dal momento che, per quanto finora detto, non di “partita di giro” si tratta ma di incasso imponibile, l’Amministrazione potrebbe contestare pure la mancata indicazione, fra i compensi imponibili, dei corrispettivi fatturati per le marche. Doppia penalità, dunque. Magari poi si sistemano le cose, spiegando e mostrando all’Agenzia che l’indicazione dell’art. 15 del 633 era stata “messa lì” anche perché nella sua rivista online “Fisco oggi” del 22 novembre 2016 così sosteneva (peraltro in via non certo ufficiale), ma che il commercialista, sapendola lunga, ha comunque messo a tassazione i due euro fatturati: ma allora forse conveniva fare le cose giuste subito.

Pagamento di fatture con bollo e ritenuta d’acconto

Quando si paga una fattura al collega che sostituisce il professionista nell’esecuzione di una prestazione, o che opera in qualità di collaboratore di un ambulatorio, il committente deve trattenere l’importo della ritenuta d’acconto come percentuale (20%) del pagato. Se nel pagamento si comprende anche l’importo della marca aggiunta dal prestatore in fattura, la ritenuta va calcolata anche su questo importo. Esemplificando, se si salda una fattura per 100 €. di prestazione con in più l’aggiunta dei 2 €. per recupero della spesa della marca, il 20% va calcolato su 102 €. e non su 100 €.. Se a saldo di quella fattura si versano al prestatore 82 €. invece che 81,6, si è omesso di versare ritenute per 0,40 €.. Poco si potrebbe pensare, vero, ma sempre di omesso versamento di ritenute si tratta.

Vero è che se chi emette la fattura mette l’importo della marca come “escluso art. 15” o perfino senza alcuna indicazione, indicando nella fattura oltre al corrispettivo per le sue prestazioni anche l’importo della ritenuta d’acconto (cosa non necessaria, che si usa fare come “cortesia” al cliente) però calcolato senza tenere conto dell’importo della marca, vedendosi arrivare in pagamento una somma inferiore di 0,40 €. potrebbe avere da ridire. Mandategli questo articolo.

Dedurre la spesa della marca

Quando chi emette fattura la integra con l’indicazione della spesa della marca, come indicato al punto 3, “battezza” i due euro come compenso imponibile ai fini delle imposte sul reddito. Avendo evidenziato in fattura la motivazione di quell’integrazione, contemporaneamente “battezza” la spesa che ha sostenuto per acquistare la marca come inerente all’attività, perciò e in quanto tale deducibile. La gestione della marca, fatta in questo modo, diventa perciò fiscalmente, finanziariamente ed economicamente neutra. A costo zero per il prestatore, purché ovviamente percepisca dal cliente l’importo della fattura inclusivo dei due euro della marca apposta (e se non lo percepisce, che senso ha mettere l’importo della marca nella fattura?).

Se invece non si procede a “traslare” esplicitamente l’imposta di bollo sul cliente, dunque solo apponendola sul documento ma senza indicare alcunché in merito nel corpo della fattura, come pure indicato al punto 3, la spesa della marca apposta sarà deducibile ai fini del reddito ai sensi dell’art. 54 del TUIR per il dentista, e dell’art. 99 sempre del TUIR per la società. La spesa effettiva per ogni marca saranno dunque i due euro meno il risparmio fiscale.

 

Conclusioni

La questione della marca da bollo sulle ricevute sanitarie, pur avendo l’apparenza di un tributo “minore”, è in realtà materia delicata e, vedendo varie pubblicazioni su Internet, è da migliorare la sua esplorazione anche da parte degli “addetti ai lavori”. In questo articolo ho trattato solo alcune fra le principali questioni. Per sapere di più, si consideri di partecipare ai miei corsi o di chiedere consulenza.

* dottore commercialista, consulente e formatore per la gestione delle attività economiche in odontoiatria. Tel. 0498962688. Clicca per –> le consulenze. Clicca per–> i corsi.

Fattura elettronica per i dentisti dal 2020? Conterà il preventivo: la risposta nr. 307/2019 dell’Agenzia delle entrate

[FATTURA ELETTRONICA DENTISTI]

Di Paolo Bortolini *

Come è noto, i dentisti e i medici sono stati finora “graziati” dall’obbligo di emettere fattura elettronica (FE) nei confronti dei loro clienti privati che, altrimenti, ai sensi del comma 916 dell’art. 1 Legge 27/12/2017 nr. 205, sarebbe “scattato”, come per gli altri operatori economici in regime ordinario, dal 1 gennaio 2019. Ad oggi infatti, per le prestazioni mediche rese a persone fisiche si è continuato ad emettere fattura cartacea (o più elegantemente detto, “analogica”), con tanto di “marca da bollo” (rectius il “contrassegno telematico”) in bella vista.

Tale situazione deriva dalla decisa presa di posizione del Garante per la protezione dei dati personali, il quale in base ai poteri che gli derivano dall’art 58 del GDPR, rilevando le maggiori criticità nel “sistema” proprio nell’emissione di fatture sanitarie, con il provvedimento nr. 9069072 del 20/12/2018 (qualcuno direbbe quasi “in zona Cesarini”) ha “ingiunto” all’Agenzia delle entrate di dare ai soggetti interessati idonee istruzioni affinchè in nessun caso sia emessa attraverso lo SDI una fattura elettronica concernente una prestazione sanitaria. A seguito di quella ingiunzione, è stato modificato l’art. 10 bis del DL 23/10/2018 nr. 119 nel senso di prevedere un sostanziale divieto di emissione delle FE, divieto esteso e confermato infine con l’art. 9 bis del DL 135/2018. Questi gli atti.

Nel corso del 2019 l’Agenzia ha emanato degli utili documenti di interpretazione e approfondimento sulla questione “fatture sanitarie”: le “risposte” 19/3/2019 nr. 78 e  9/4/2019 nr. 103, la circolare 17/6/2019 nr. 14E e, recentissima, la risposta 24/7/2019 nr. 307 che qui si commenta.

Occorre anche considerare che è previsto, dal 1 novembre di quest’anno, l’avvio del servizio di ricezione delle FE da parte dei privati, nel loro “cassetto fiscale”, come da comunicato stampa dell’Agenzia.

Ad avviso di chi scrive, la risposta 307 potrebbe fornire la soluzione alle criticità evidenziate in tema di protezione dei dati personali e, in combinazione con l’avvio di ricezione delle FE in “cassetto fiscale” da parte di tutti i residenti, aprire quindi la stagione della FE ai clienti privati dei dentisti dal 1 gennaio 2020, evitando quindi ulteriori proroghe del vigente divieto cui si è detto. Conviene perciò iniziare ad organizzare le procedure di studio, cosa di cui di dirà nel prossimo corso di Odontoiatria fiscale.

Cosa dunque si può concludere dall’esame della risposta 307? Essa fornisce la soluzione al problema della “privacy”: la descrizione delle operazioni in fattura potrà (meglio: dovrà, perché altre soluzioni al “problema privacy” non ne vedo) essere generica, del tipo “prestazioni odontoiatriche” e, aggiungo io, perfino omessa.

L’Agenzia infatti “apre” ad una nuova interpretazione dell’art. 21 comma 2 lettera g) del decreto Iva (le “famose” natura, quantità e qualità dei beni e servizi oggetto dell’operazione) di grande interesse ed intelligenza (le sottolineature sono mie): “La necessità di coordinare l’assenza di un obbligo in questo senso con il dovere generale di fatturazione elettronica via SdI e di rispetto della tutela dei dati personali, spinge a ritenere che le parti debbano adottare tutti gli accorgimenti necessari al fine di non inserire in fattura dati non richiesti dalla legislazione fiscale (od extrafiscale),  idonei a violare le varie disposizioni in essere. Nell’eventualità, modificando precedenti comportamenti non più in linea con l’attuale quadro normativo.”

L’Agenzia continua poi (le sottolineature sono mie): “…al fine di garantire eventuali esigenze gestionali di dette compagnie, le parti possono comunque adottare modalità che consentano di ricollegare le prestazioni rese a singole posizioni, pur nel rispetto delle prescrizioni concernenti la tutela dei dati personali, utilizzando codifiche di varia natura (come ad esempio, numero di polizza/pratica o sigle atte a individuare in maniera indiretta e mediata la tipologia di prestazione resa e la persona fisica nei cui confronti la stessa è stata effettuata).” Ad esempio, la descrizione di questa “nuova” FE potrà essere: prestazioni eseguite nel periodo dal… al…”.

In sostanza si “apre” ad una fattura elettronica inviata a SDI nel cui “corpo” non ci saranno più le prestazioni svolte al paziente-cliente, ma “codifiche di varia natura” o un riferimento ad una “pratica”. Considerata la totale dematerializzazione della FE, che altro non è che un impulso elettrico in grado di tenere memorizzati dei bit, aspetto che può perfino portare ad affermare che la “fattura” in quanto tale, con l’avvento della FE, non esiste più, tutto il focus della fatturazione, sia dal punto di vista della contabilità dello studio che della documentazione a fini fiscali delle operazioni, si colloca ora “a monte” e “a valle” della fattura elettronica. A monte ci sono le evidenze delle prestazioni eseguite, a valle quelle dell’incasso.

E’ dunque cruciale per lo studio disporre di sistemi gestionali sicuri e ben tenuti, i quali documentino in modo esatto i valori dell’eseguito e consentano di ricondurli a quanto sarà indicato, in estrema concisione e anonimato, nella “nuova FE” per le prestazioni sanitarie. Rileva come il sole che sorge, a questo punto, il ruolo del preventivo scritto consegnato al cliente che, non lo si dimentichi, dal 29/8/2017 è un obbligo di legge a norma dell’art. 9, comma 4 del D.L. 1/2012. In sintesi, se il Legislatore dirà che dal 1/1/2020 i dentisti dovranno fare le fatture elettroniche con gli accorgimenti “privacy” qui accennati, ogni FE dovrà dunque ricondursi ad un preventivo scritto e al diario clinico ad esso relativo, in quanto certamente, in caso di controllo, questo sarà chiesto di dimostrare. Siete già pronti?

 

* dottore commercialista, consulente e formatore per la gestione delle attività economiche in odontoiatria. Tel. 0498962688. Clicca per –> le consulenze. Clicca per–> i corsi.

 

 

La “lente” del MEF sull’Odontoiatria. Parte 3^: chi paga più tasse, i dentisti o le società?

IMMAGINE PER DATI MEF 3

[DENTISTI E TASSE]

Di Paolo Bortolini *

In questa terza parte del mio contributo alla interpretazione dei dati MEF, presento un’elaborazione riferita agli IMPONIBILI FISCALI NAZIONALI dichiarati dalle tre forme giuridiche (dentisti liberi professionisti, studi associati, società di persone e di capitali) con cui viene esercitata in Italia l’attività degli studi odontoiatrici di cui al codice ATECO 86.23.00.

Da 13 anni nel sito del MEF (Ministero dell’economia), si pubblica annualmente una sintesi dei dati che ricava dalle dichiarazioni dei redditi cui sono abbinati gli “studi di settore”. Per quanto riguarda l’Odontoiatria, si tratta delle dichiarazioni cui è abbinato lo studio di settore per l’attività 86.23.00. Tali dati sono suddivisi fra tre “forme giuridiche” di esercizio:

  • le “Persone fisiche” (PF), quindi l’insieme dei professionisti inquadrati fiscalmente nel lavoro autonomo, che pagano l’Irpef;
  • le “Società di persone” (SP), forma che comprende al suo interno sia gli studi associati, inquadrati fiscalmente come lavoro autonomo, sia le s.a.s e le s.n.c., “commerciali” e “tra professionisti” inquadrate fiscalmente come imprese, i cui associati e i cui soci pagano l’Irpef “per trasparenza”;
  • infine le società di capitali (SC), in grandissima parte s.r.l., “commerciali” e “tra professionisti”.

Altre note ed “avvertenze” per l’interpretazione di questi dati, li si può leggere qui.

Per leggere la Prima parte (quanti sono i dentisti?): clicca –> qui;

Per leggere la Seconda parte (quanto dichiarano di fatturare i dentisti?): clicca –> qui.

 

TERZA PARTE

Occorre premettere che gli “imponibili” sono le grandezze sulle quali si applica la tassazione IRPEF, IRES e IRAP, oltre che, quando rilevante, la contribuzione ENPAM. Per quanto riguarda quest’ultima, è bene tenere presente che gli imponibili delle statistiche MEF, sono “lordi” da contribuzione ENPAM, che come è noto è deducibile dagli stessi. Così, se l’imponibile medio del dentista libero professionista è, in base ai dati MEF, 52.000 €., al netto del contributo ENPAM, di circa 8.000 €., il dentista sarà tassato su 44.000 €.

Un’ altra premessa, molto importante, è che si deve stare bene attenti a non confondere gli imponibili fiscali con il reddito annuale “reale”, detto in soldoni, “con ciò che rimane in tasca”. Non è così. Gli imponibili sono grandezze “fiscali”, di tipo legale, che nella stragrandissima maggioranza dei casi nulla hanno a che vedere con la reale redditività dell’attività e con la sua liquidità.

Le elaborazioni che presento qui sono dunque da leggersi, parafrasando l’art. 53 Cost.,  come il peso del “contributo alla spesa pubblica” che le tre forme di esercizio dell’odontoiatria rispettivamente sostengono. Diciamo pure la loro “capacità contributiva”.

Vediamo intanto i numeri assoluti:

ASSOLUTI

Per ogni annualità, il TOT rappresenta l’imponibile tassabile con le varie imposte, proveniente dal lavoro degli studi dentistici italiani.

Gli stessi identici dati annuali, in forma di grafico “a colonne”:

colonne ass

Si noti come la forma giuridica SP (studi associati e società di persone commerciali), risulti stabilissima nel periodo. Così come, in assoluto, i liberi professionisti crescono mentre le società di capitali, pur mostrando notevole dinamismo, rappresentano piccole percentuali del contributo alla fiscalità nazionale. Nell’andamento mostrato occorre comunque tenere presente che si tratta di valori monetari assoluti, non deflazionati.

Infine, presento i dati sempre in forma tabellare, però ricalcolati in percentuale del totale annuale, cosa a mio avviso più significativa della precedente per quanto riguarda le possibili interpretazioni (si noti la “tenuta stagna” della forma SP):

PERCENTGIMPO

* dottore commercialista, consulente e formatore per la gestione delle attività economiche in odontoiatria. Tel. 0498962688. Clicca per –> le consulenze. Clicca per–> i corsi.

 

When “hourly cost” in dentistry is magic: how to transform the money into time (and vice versa)

by Paolo Bortolini *

“Hourly cost” in dentistry, is a name that refers to an accounting trick to more easily allocate total fixed costs on every single performed care within a given period, in order  to know its real economic return. Otherwise, without trick, those costs would be quite difficult to allocate. Indeed, if it is very easy, and precise, to assign the cost of a prosthetic appliance to a patient, is not the same with the rent of the practice or with the wages of auxiliaries.

Fixed costs are those that you sustain when the practice is closed also, plus some costs as maintenance of equipment and, in general, all those driven by time passing. In my vision, costs and expenses related to the owner, are not relevant.

We have to notice that, for simpleness, here we discuss one only “hourly cost”, identically for all kind of dental cares (in truth, this approach is useful for the majority of the dental practices). Said this, we have to notice also that there are, anyway, two “hourly cost”: the “historical” one, calculated one, that refers to already performed cares; and the “prospective” one, that refers, as an esteem, to cares that will be give to patients in the future.

We discuss the “historical” one first. The general formula, that applies to a given period, will be:

Total fixed costs/Total time spent in caring = “Hourly cost”

e.g. if you have 10.000 €. of fixed costs in a month, and in that month you work for 100 hrs. at the dental chair, your “hourly cost” (HC from now) will be:

10.000 €./100 hrs.= 100 €.

How to use this 100 €. HC? At the beginning of this article I wrote that HC is used to allocate the fixed costs on every single care performed. Yes, the accounting trick is this. Indeed, its use is for allocate the 10.000 €. of the month, on every single and specific care performed within those 100 hours at dental chair. Every single care is see as a percentage of the total time worked, and in the same percentage it absorbs the monthly fixed costs. For instance, a conservative care that were performed in 100 min., is about the 1,7% of the total time spent. And it absorb equally about the 1,7% of the fixed costs, that is about 170 €. The same result is obtained with this formula:

100 min. * (100 €./60 min.) = (about) 170 €.

the formula is a shortline to get the right amount of fixed costs to allocate on a single care, just knowing how much time it was need to perform it.

Please note that a variyng in total time, in anyway, has no effect on total costs (because they are fixed) but only on the relative distribution of these on every single care performed. So statement as “it is better to have a lower HC” has no impact on the final economic result at practice level.

Coming now to the “preventive” HC, its use is to estimate the expected cost of a future care, mainly with scope to fix price for patient. One could take the “historical” HC and multiply it for the expected time to perform the care. In this way, you get the esteem of the part of fixed costs that the care should absorb. Summing to those fixed cost a forecast of the consumption of raw materials and in general of all variable costs, let you have the forecast of the whole cost. At the end you decide how much charge as profit to that whole cost, getting finally the price to require to the patient.

There are anyway more refined ways to estimate the “preventive” HC, which I can teach on request.

In 2001 I have discovered a peculiar way to applicate the “break-even-analysis” to dentistry, naming it the “Bortolini’s formula”, from my surname. The strenght of this formula is that you can translate the money in time: a measure unit more understandable, for many dentists, than money. The “Bortolini’s formula” was embedded in a book of which I was the author, published by an international publisher (Masson). Now that book is still publish in Italy by Edra.

The “Bortolini’s formula” is a dynamic model of the dental practice economics. It shows the relations between all the relevant variables in a single care, giving to the dentist an instrument to rationally drive his chooses about prices and costs, on time basis. Here it is:

Price – Variable costs * / (Fixed costs/HC) = BREAK EVEN TIME

* (materials, laboratory cost, a fee to a colleague or a hygienist)

In shortly “Bortolini’s formula” is:

Contribution margin / Hourly cost (HC) = BET

Taking the HC of 100 €. of the previous example, pretending that a care have costed to patient 250 €., that its variable costs have been 80 €. and that its executing time have been 70 min.; the “Bortolini’s formula” gives this result:

250 – 80 / (100/60) = 170 / 1,7 = 100 min.

100 min. is the maximum time in that the care can be performed without economic loss; if the effective time it were been 100 min., the care will have been, economically, in balance: no profit, no loss.

Note that effective time was been 70 min., so dentist can says that he “have gained 30 min.”, or that his profit is:

30 min. x 1,7 €. (HC/60) =  51 €.

Indeed, if you make an ordinary profit-loss statement for this care, it will be:

250-80-(70*1.7) = 170 – 119 = 51 €.

Conversely, if the effective time spent for the care would be over 100 min., for every minute dentist will have a loss of 1,7 €..

With the “Bortolini’s formula” written as a first degree equation, dentist can test precisely most economic variables of his work. For instance how much the price have to grow if he/she use more expensive materials. The plenty of useful applications of the “Bortolini’s formula” will be teach on request.

* Chartered Accountant (CA) (“dottore commercialista”); expert teacher and consultant for business management in dentistry. To contact: paolobortolini@studiobortolini.com

 

Costo orario dello studio dentistico (5^ e ultima puntata): la trasformazione “magica” del denaro in tempo

25210369_custom

[COSTO ORARIO DENTISTI]

Di Paolo Bortolini *

in questa ultima puntata della serie sul “costo orario” nello studio dentistico, si conoscerà una particolare formula (la “formula di Bortolini”), in grado di spiegare e simulare l’economia della singola prestazione e dell’intera attività. Un vero “modello economico” dell’attività odontoiatrica. Questa formula è stata scoperta e pubblicata dall’autore di questo articolo nel 2001.

 

Riassunto delle puntate precedenti

Nella prima puntata si è definito il “costo orario” (CO) come una tecnica contabile per ripartire in modo equo alcuni particolari costi dello studio sulle singole prestazioni già eseguite. E’ stato quindi mostrato che avere un “costo orario” alto o basso non fa differenza sul piano del risultato economico complessivo dell’attività, che rimane lo stesso. Nella seconda puntata si è definito quale “tempo” sia da utilizzare nei calcoli del “costo orario”  e si è spiegato perché se un paziente “salta” l’appuntamento non è possibile caricargli alcun costo (chi sostiene che la “poltrona ferma” produce costi non sa ciò che dice); nella terza puntata si è passati a classificare i costi da utilizzare per il calcolo, dando nuove visioni e correggendo le tante imprecisioni portate sul punto da altri autori; nella quarta puntata si è passati ad esempi pratici di calcolo, mostrando quello corretto, bastato sul solo tempo, e quello distorto, da evitare, basato sull’orario di apertura e il numero di poltrone, e infine su come si deve stimare il “costo orario” per le prestazioni ancora da eseguire.

Vi è una diffusa convinzione secondo cui “spiegare l’economia ai medici è impossibile”. Ho sempre cercato, con alterni successi, di sfatarla. Un bel giorno, dopo anni di raccolta e analisi dei dati, un’applicazione della tecnica nota come “analisi del punto di pareggio” mi portò ad una scoperta importante: una particolare formula, cui detti il mio cognome. La formula spiegava l’economia ai medici perché trasformava i fatti economici in tempo, che è la sola e unica “capacità produttiva” del dentista, dal momento che, per il momento, “le poltrone” non hanno le mani per poter operare, come sembra credere qualcuno.

 

Un “modello economico” generale dell’odontoiatria

L’idea era chiara: anziché misurare in denaro il guadagno o la perdita di una prestazione eseguita o da eseguirsi, lo misuriamo in tempo. L’ispirazione a quella ricerca, coronata dalla scoperta di quella formula, veniva da uno dei miei primi clienti dentisti, che sosteneva: “per me, il tempo e il denaro sono la stessa cosa. Mi interessa guadagnare di più attraverso innovazioni organizzative, ma se le stesse mi danno più tempo libero, sono ugualmente contento.”. L’idea del mio cliente mi aveva affascinato e ispirato. In questo articolo presento per i suoi sommi capi il risultato ottenuto.

Dunque, normalmente si misura l’economia di una prestazione con il metro “Euro”: dal prezzo della stessa si sottraggono i costi che si ritiene ad essa associabili, vuoi in modo “diretto” che “indiretto”, e si ottiene un valore, sempre metro “Euro”, da giudicare. Una formulazione un po’ più raffinata di quella ora esposta, può essere la seguente (i dati sono puramente indicativi):

ULTIMA 1

 

Il risultato ottenuto, 10 €, dice meno di quanto invece potrei sapere convertendo il denaro in tempo. Come si fa? Appunto, con la “formula di Bortolini”. La formula in forma estesa è:

FORMULAESTESA

 

In forma “compatta” la “formula di Bortolini” è:

Margine di contribuzione/Costo orario = T.E.D.

Applicandola al nostro esempio, si ottiene, magicamente trasformando il denaro in tempo:

70  €. / 1 €. * = 70 minuti

* quando si lavora su una singola prestazione, per maggiore chiarezza si usa il “costo a minuto”, dato da “costo orario”/60

Il significato del T.E.D. può essere interpretato come il tempo che l’economia di una prestazione svolta in un certo studio consente di dedicare a quella prestazione senza rimetterci (pareggio). Se si impiega meno tempo del T.E.D. si guadagna, se invece ci si mette di più, si perde:

PRIMA TED

 

Il passaggio inverso, cioè dal tempo tornare agli Euro, si fa così:

(T.E.D. – Tempo effettivamente dedicato) x Costo a minuto = €. guadagnati/persi

Nel nostro esempio:

10 min. x 1 €. = 10 €.

Con la “formula di Bortolini”, noti i tempi esecutivi medi delle varie prestazioni, i consumi medi e il “costo orario”, è possibile testare la tenuta economica dei propri tariffari in un attimo. Ulteriori applicazioni della formula, praticamente senza limiti, si hanno utilizzandola per risolvere equazioni di primo grado riferite ai suoi singoli componenti. Ad esempio, si può stimare, dato il prezzo e noti i consumi e il costo orario, il prezzo da chiedere per avere un certo rendimento percentuale. Ad esempio, con i dati dell’esempio precedente e immaginando di testare l’ipotesi di delegare la prestazione a un collaboratore cui si offre il 25% del prezzo (25 €.), volendo continuare ad avere lo stesso rendimento percentuale di quando la si eseguiva in proprio (10% come da esempio precedente), lo sviluppo del calcolo è:

seconda ted

 

Un altro esempio applicativo della “formula di Bortolini” può riguardare la stima del tempo massimo dedicabile per restare all’interno di date condizioni economiche e non rimetterci, ad esempio, sempre con i dati dell’esempio iniziale:

terza ted

 

ovviamente, per far guadagnare lo studio il collaboratore dovrebbe eseguire la prestazione in un tempo inferiore ai 45 minuti, e per ogni minuto risparmiato, con i dati esemplificati, lo studio guadagnerà 1 €. Se ci mette di più di 45 minuti, lo studio ci rimette nella stessa maniera. Magicamente quindi, qui si ritorna dal tempo al denaro.

 

Per applicare il modello nel proprio studio

Le applicazioni della formula sono estensibili anche a interi piani di cura e all’intera attività, fino ad arrivare a costruire dei veri e propri modelli matematici su foglio elettronico che consentono di simulare gli effetti, in modo dettagliato, di ogni realizzata o solo progettata variazione dimensionale, tecnologica, relazionale dello studio. Chi fosse interessato all’applicazione della “formula di Bortolini” nel suo studio ha a disposizione due possibilità:

  • chiedere la speciale CONSULENZA (è richiesto il programma Microsoft Excel) inviando una email a paolobortolini@studiobortolini.com con oggetto: “Info formula”.
  • partecipare ai corsi del dottor Bortolinipartecipa ai miei corsi teorici e pratici.

A disposizione per approfondimenti anche a 0498962688. Grazie

 

* dottore commercialista, consulente e formatore per la gestione delle attività economiche in odontoiatria. Tel. 0498962688. Clicca per –> le consulenze. Clicca per–> i corsi.

 

Costo orario dello studio dentistico (4^ puntata): e in pratica, come si fa?

114972095_custom

[COSTO ORARIO DENTISTI]

Di Paolo Bortolini *

In questa quarta puntata della serie sul “costo orario” nello studio dentistico, si userà quanto costruito nelle precedenti per mostrare in pratica i calcoli di base del “nostro”. Per ricevere notifica delle prossime uscite, mettere il “mi iscrivo” su questo Blog o il “mi piace” sulla  nostra pagina Facebook

 

Riassunto delle puntate precedenti

Nella prima puntata si sono messi in guardia i lettori verso la diffusa approssimazione che  caratterizza scritti che circolano su Internet, di solito opera di persone che non sono esperti contabili. E’ stato ripetutamente affermato che con “costo orario” (CO) va intesa una tecnica contabile per ripartire in modo equo alcuni particolari, e importanti, costi dello studio sulle singole prestazioni già eseguite, trattandosi quindi di una misurazione consuntiva e precisa. Poi, cosa da tenere sempre bene in mente, è stato mostrato che avere un “costo orario” alto o basso non fa differenza sul piano del risultato economico complessivo dell’attività; quindi, idee che inducono a ritenere che se faccio una prestazione in meno tempo “risparmio” qualcosa, sono da ritenersi puri parti della fantasia. Nella formulazione generale per il calcolo, si è poi detto che null’altro che i costi e il tempo deve entrare, a nulla rilevando oggetti e soggetti quali le poltrone o gli operatori. Anzi, vedendo alcune formulazioni di altri autori (peraltro si ripete non esperti contabili) proposte in rete, posso dire che seguendo quei consigli ci si troverà a sottostimare l’incidenza dei costi del tempo sul costo delle prestazioni, dunque in situazione di grave rischio per quanto riguarda la tenuta dei propri conti.

In questa puntata si mostrerà come si calcola il “costo orario” e come si può arrivare, ma con razionalità, ad una sua valutazione preventiva per formulare delle ipotesi del prezzo da chiedere per le prestazioni da eseguire in futuro.

 

Il “costo orario” è un valore sempre e solo collegato al tempo

Una volta individuati quelli che nella terza puntata sono stati chiamati i “costi di tempo” (chè il “costo orario” non è un calderone dove entra anche quello che si spende per la baby sitter dei figli), tali costi si devono, guarda caso, ancorare al tempo.

Un primo esempio si può fare ipotizzando che lo studio sia stato in grado di sapere quanti sono i suoi costi di tempo di un certo periodo, cosa più facile disponendo di una contabilità organizzata “per competenza” oltre a quella “per cassa”.

Appunto per esemplificare diciamo che in un certo mese tali costi siano 10.000 €.. Il calcolo del CO è immediato: note le ore che sono state dedicate dai vari operatori clinici alle prestazioni eseguite nel mese, che fissiamo a 200 h., 10.000 €. diviso 200 h. da 50 €.. Questo è il costo orario, cioè la quota dei “costi di tempo” che è stata assorbita da ogni singola ora effettivamente lavorata. Non servono altri sforzi.

Per chi proprio non ci crede alla questione che le poltrone è meglio lasciarle ferme dove stanno, cioè a fare niente se qualcuno non le utilizza per produrre prestazioni, mostrerò cosa si ottiene applicando una delle varie “teorie” che si leggono in rete.

Poniamo che poltrone siano due e che lo studio sia aperto 8 ore al giorno per venti giorni al mese (totale ore di apertura = 160 h.). Secondo alcuni autori, il CO si calcola dividendo i costi rilevanti per le ore di apertura e poi per il numero di poltrone. Nel nostro esempio, si tratterebbe di: 10.000 €./160 h. = 62,50 €.; 62,50 €./2 poltr. = 31,25 €.. Secondo questa teoria, anziché essere 50 €., il CO sarebbe 31,25 €.. Qui si capisce subito, rispetto al calcolo corretto come l’ho mostrato, che quando si usa il CO per ripartire i costi di tempo in modo equo fra le prestazioni già eseguite, ma anche se lo si usa per fare il prezzo di una prestazione ancora da eseguire, con quest’ultimo “metodo” si otterrà un costo della prestazione sottostimato, distorto. Potendo dunque avere notevoli danni da abbaglio.

Va capito che, dal punto di vista dell’analisi economica, le poltrone sono oggetti inerti, non producono ricavi, perché questi li producono solo gli operatori clinici, perciò il tempo che conta è solo quello dell’operatore (e degli operatori se sono più di uno). Un clinico può produrre ricavo senza aver bisogno della poltrona, ma solo del suo tempo: una visita ad un paziente la si può fare anche alla scrivania, e per questo chiedere un compenso. A nulla poi valgono dei “correttivi”, quali la stima di esoterici “indici di saturazione” delle poltrone o degli operatori, per correggere la distorsione che un sistema come quello basato sulla ripartizione sulle ore di apertura e sulle poltrone, anziché solo sulle ore effettivamente lavorate, comporta. Sono complicazioni che provocano inutili mal di testa e perdite di tempo. Lo scrive un ragioniere che ragiona e pubblica sul punto da “soli” 34 anni!

Sulle poltrone si possono casomai calcolare altri interessanti indici, ma non il CO. E si tratta di indici di comparazione: fra diversi studi, per lo stesso studio osservato in momenti temporali diversi. Ad esempio, il totale del valore dei beni strumentali diviso il numero di poltrone è un buon indice, chiamato “Investimento fisso medio per poltrona”.

Si veda il seguente esempio conclusivo con i costi orari calcolati con i CO ottenuti dai due sistemi illustrati negli esempi (il giusto è 50 €. eh!):

CONFRONTO METODI

La sottostima del costo orario causata dall’applicazione del metodo erroneo, fa credere di guadagnare di più del reale. La cosa può essere gratificante dal punto di vista psicologico, ma è un’evidente illusione e foriera di errori.

 

Il “costo orario” per fare i preventivi

C’è un solo e unico metodo razionale per stimare il CO da considerare per le prestazioni ancora da eseguire, questo:

a) in primo luogo, stimare quanti costi di tempo sono ancora da sostenere da oggi a fine anno; diciamo per semplicità altri 10.000 €.

b) poi, stimare la quantità di ore di produzione di tutti gli operatori clinici che ci si può ragionevolmente (e magari prudenzialmente) attendere da oggi a fine anno, diciamo per semplicità 150 h.;

c) dividere i costi di tempo ancora da sostenere per le ore di produzione previste del punto b), 10.000 €./150 h. = 67 €.. Questo sarà il CO da considerare quando si costruisce un prezzo preventivo o si lavora sul tariffario.

Una più elegante modalità di applicazione del metodo di stima che ho appena illustrato, risolvendo un’equazione, è questa:

  1. ammettendo che il CO di 50 €. che ho calcolato “a consuntivo” si conformasse bene al livello di prezzi che lo studio è in grado di praticare, diciamo che lo studio ci si rispecchiasse bene in quel CO;
  2. una semplice equazione di primo grado: 10.000 €./X = 50 €., mi dirà che da qui a fine anno per avere un CO uguale a quello che ho avuto finora, dovremo, titolare e collaboratori clinici, lavorare almeno per 10.000/50 = 200 ore. Il punto allora sarà: saremo in grado di schedulare (mettere in agenda) 200 ore dei clinici? Aprendo così la porta a tutta una serie di domande e risposte, profondamente innestate in quella che chiamiamo la gestione dello studio dentistico! Buon lavoro!

* dottore commercialista, consulente e formatore per la gestione delle attività economiche in odontoiatria. Tel. 0498962688. Clicca per le consulenze.  Clicca per i miei corsi.

La “lente” del MEF sull’Odontoiatria. Parte 2^: il “fatturato” dei dentisti italiani

IMMAGINE PER DATI MEF 2

[FATTURATO DEI DENTISTI]

Di Paolo Bortolini *

In questa seconda parte del mio contributo alla interpretazione di questi dati MEF, mostro una elaborazione riferita al TOTALE DEGLI INCASSI E DEI RICAVI NAZIONALI dichiarati dalle tre forme giuridiche con cui viene esercitata l’attività degli studi odontoiatrici.

Da 13 anni nel sito del MEF (Ministero dell’economia), si pubblica annualmente una sintesi dei dati che ricava dalle dichiarazioni dei redditi cui sono abbinati gli “studi di settore”. Per quanto riguarda l’Odontoiatria, si tratta delle dichiarazioni cui è abbinato lo studio di settore per l’attività 86.23.00. Tali dati sono suddivisi fra tre “forme giuridiche” di esercizio:

  • le “Persone fisiche” (PF), quindi l’insieme dei professionisti inquadrati fiscalmente nel lavoro autonomo, che pagano l’Irpef;
  • le “Società di persone” (SP), forma che comprende al suo interno sia gli studi associati, inquadrati fiscalmente come lavoro autonomo, sia le s.a.s e le s.n.c., “commerciali” e “tra professionisti” inquadrate fiscalmente come imprese, i cui associati e i cui soci pagano l’Irpef “per trasparenza”;
  • infine le società di capitali (SC), in grandissima parte s.r.l., “commerciali” e “tra professionisti”.

Altre note ed “avvertenze” per l’interpretazione di questi dati, li si può leggere qui.

 

Vediamo intanto i numeri assoluti:

FATTURATO_ASSOLUTO

 

Gli stessi identici dati annuali, in forma di grafico “a colonne”:

FATTURATO_ASSOLUTO GRAFICO

 

Infine, presento i dati sempre in forma tabellare, però ricalcolati in percentuale del totale annuale, cosa a mio avviso più significativa della precedente per quanto riguarda le possibili interpretazioni (si noti la “tenuta stagna” della forma SP, cioè, come già scritto, gli studi associati, e il “travaso” di fatturato dai dentisti PF alle SC, cosa che si potrebbe interpretare affermando che il fatturato perso nel tempo dalle PF è andato in mano a non dentisti):

FATTURATO PERCENT

* dottore commercialista, consulente e formatore per la gestione delle attività economiche in odontoiatria. Tel. 0498962688. Clicca per –> le consulenze. Clicca per–> i corsi.

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: