Quando il dentista vuole farsi imprenditore: lo “Span of control”

C’è un uso, e a mio avviso talvolta un abuso, dell’idea che un dentista, ma anche un avvocato o un commercialista, per stare a galla nei durissimi tempi che stiamo vivendo debba in qualche modo abiurare la sua vocazione alla professione liberale, per diventare “imprenditore” o, se proprio va male, “manager”. Ovviamente, tale idea non è sostenuta da alcunchè non solo di scientificamente provato (sarebbe forse pretendere troppo), ma nemmeno da fatti concreti. E’ un “si dice”, un “si crede”. Comunque, tant’è.

Ora, almeno bisognerebbe avere qualche criterio per distinguere il professionista dall’imprenditore (o dal manager, che è cosa ancor diversa), ma anche quello, su Internet, ancora non si legge. Io dico, fra le varie differenze che io ben conosco, che una assai rilevante è la seguente: il professionista è una sorta di “artigiano con la laurea”, nel senso chè è lui che esegue la prestazione, e spesso, se non quasi sempre, si da da fare personalmente per reperire il cliente, per confezionargli il preventivo, per “vendere” la prestazione e, infine, per farsi pagare. E’ vero che le attività appena indicate, che potremmo definire “accessorie” alla prestazione professionale, potrebbero essere delegate a un ausiliario (ma sarei molto cauto nel delegare la fase della “vendita”, perchè qui si “rischia la pelle”, e chi ha un po’ di esperienza nell’esercizio di una professione dovrebbe capirmi). E’ vero, allora, che quello che può distinguere l’artigiano con la laurea dall’imprenditore è che questi farà un mestiere diverso, non eseguirà personalmente la prestazione, perché è imprenditore colui che sa guadagnare sul lavoro altrui fornendo solo un’opera di ideazione, coordinamento, direzione e controllo. Se uno deve lavorare personalmente per fornire il servizio, avrei dubbi a fargli credere che può trasformarsi in “imprenditore” (o in “manager”).

Detto dunque che è imprenditore uno che fa lavorare gli altri, in un animato topic del Forum per dentisti Odontoline.it si sta discutendo proprio ora su cosa comporta il “passare” da una situazione artigianale a una più o meno imprenditoriale. Io ho contribuito, in quanto coordinatore di quel Forum, ponendo l’accento sulle capacità di “tenere sott’occhio” quello che succede nella sua organizzazione da parte di un “capo”, professionista o imprenditore che sia. In sintesi, oltre ad un certo punto la capacità umana di controllare tutto termina, e l’emergere di rischi connessi a questa mancanza di controllo aumenta. Quale sia il livello che uno ha, di questa capacità, è forse proprio ciò che si dovrebbe considerare, umilmente, obbiettivamente, quando da dentista ci si vuole reinventare “imprenditore” (o “manager”).

C’è però, che corre in nostro soccorso, una teoria di organizzazione del lavoro, che mi ha sempre affascinato fin dai tempi in cui l’ho studiata all’università. E’ la teoria dello “Span of control” (span=ampiezza), in sintesi la quantità di relazioni fra persone che un “Capo” si trova a dover controllare, per tenere in pugno la situazione, in funzione del numero di dipendenti o collaboratori che ha. Più sono le relazioni da controllare, più difficile (diciamo pure impossibile) diventa per un “Capo” avere tutto sotto controllo. In tali casi, si deve “spezzare” la “catena di controllo” (di solito rappresentata con un diagramma ad albero piramidale) inserendo uno o più sotto-capi. Pubblico una tabellina che mostra, in base alla teoria di Graicunas, il numero delle relazioni che un “Capo” deve saper tenere d’occhio per sapere cosa succede nella sua organizzazione, in funzione del numero di sottoposti che ha:

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