ASO: obbligo formativo annuale, servono chiarimenti (interessa anche ai titolari)

ASO: obbligo formativo annuale, da quando decorre? (interessa anche ai titolari)

Alcuni clienti titolari di attività odontoiatriche si sono rivolti a me per avere indicazioni rispetto alle scadenze dell’obbligo formativo annuale degli Aso loro dipendenti, al fine di verificare in modo coerente con le indicazioni normative il rispetto del predetto obbligo, il cui onere compete al dipendente.

A seguito delle mie prime ricerche, ho rilevato la diffusione di affermazioni generiche, secondo le quali l’obbligo decorre “dal 2018”, anno di entrata in vigore del primo accordo fra lo Stato e le Regioni, o “dal 2022”, anno di entrata in vigore del secondo accordo Stato-Regioni, che ha sostituito il precedente. Tali indicazioni non sono chiare e possono condurre a inadempimenti. La mia lettura dei due accordi Stato-Regioni è la seguente.

1) Il primo accordo sanciva l’obbligo di aggiornamento annuale, al comma 2 dell’art. 2, senza indicare la sua decorrenza e in assenza di sanzioni in caso di inadempimento. La clausola dell’accordo, in assenza degli elementi indicati, induceva ambiguità interpretative e perfino dubbi sulla sua obbligatorietà. Di certo, in quella clausola si stabiliva che esistono due categorie di soggetti obbligati: gli Aso che conseguono l’attestato di qualifica/certificazione e i cosiddetti “esentati” di cui all’art. 11 dell’accordo.

2) Il secondo accordo Stato-Regioni viene stipulato il 7 ottobre 2021 a integrazione di vari difetti del precedente, ed entra in vigore il 18 maggio 2022 a seguito della pubblicazione in Gazzetta ufficiale il giorno 3 maggio 2022 del DPCM che lo recepisce.

3) Per la questione dell’obbligo formativo, l’art. 2 dell’accordo integra quanto previsto nell’accordo del 2018 aggiungendo due nuovi commi all’articolo, con i quali si stabilisce la decorrenza dell’obbligo formativo (ma non ancora sanzioni) e, a mio avviso, si introduce una sorta di sanatoria per i lavoratori “esentati” di cui si è detto, per le pregresse annualità. Questi lavoratori, dovranno a mio avviso stare particolarmente attenti alla certificazione delle date di partecipazione agli eventi formativi.

In sintesi, sembrano determinarsi due diverse decorrenze iniziali dell’obbligo, una a termine mobile, individuale, per gli Aso che conseguono l’attestato/certificazione a seguito della conclusione del percorso formativo previsto dagli accordi, una a termine fisso, per i lavoratori esentati, individuata nel giorno 18 maggio 2022.

Per gli Aso con attestato/certificazione, l’obbligo decorre dall’anno successivo a quello di conseguimento dell’attestato/certificazione. Esempio, se il conseguimento risalisse al 2019, il primo anno in cui vigeva l’obbligo di aggiornamento è stato il 2020, e per adempiere all’obbligo per questa annualità si deve poter dimostrare la partecipazione agli eventi in tale anno. Dal 2021 in poi, per chi avesse conseguito attestato nel 2019, il termine dell’obbligo formativo annuale decorre per anno solare.

Per gli esentati, invece, l’accordo del 2022 prevede questo: “la prima annualità di aggiornamento deve concludersi entro dodici mesi dall’entrata in vigore del presente Accordo.” A mio avviso, viene deciso che per le annualità precedenti al 18 maggio 2022, non sussiste obbligo, dunque una sorta di sanatoria, in quanto i lavoratori esentati devono frequentare gli eventi di aggiornamento obbligatorio, per la prima volta, fra il 18 maggio 2022 e il 18 maggio 2023.

In assenza di altre indicazioni, a mio avviso la decorrenza delle annualità successive alla prima, per gli esentati, si impernia ancora sul giorno 18 di maggio di ogni anno. Per cui, per fare un esempio, se un esentato frequentasse un evento nel mese di giugno 2024, questo non andrebbe computato nel “conto” dell’annualità 18/5/2023-18/5/2024, ma in quella 18/5/2024-18/5/2025, potendo dunque lasciare inadempiuto l’obbligo per la prima delle due annualità in assenza di altri eventi frequentati nel periodo 18/5/2023-18/5/2024. Un chiarimento ufficiale sarebbe davvero opportuno.

Pagare qualcuno per avere pazienti

Procacciatori di pazienti “implantari” e “diversificazione dell’offerta” degli studi odontoiatrici

Si discute sul Forum Odontoline e su un gruppo FB sul fatto che i dentisti ricevono numerose offerte di “ragazzi” che promettono di mandare pazienti allo studio dietro il pagamento di una fee iniziale (si è parlato di circa 1.500 €.) e il successivo riconoscimento di una “provvigione” sui singoli “casi implantari” da loro procurati. Mi pare che nessuno si pone il problema della legalità di queste pratiche quando messe in atto da un professionista ordinista.

Faccio presente, per pura informazione dei dentisti, che le cose per altri ordini professionali sono diverse. Agli iscritti all’ordine dei commercialisti e a quello degli avvocati, è fatto esplicito divieto, norme deontologiche, di procurarsi clienti tramite agenzie (rispettivamente art. 19 e art. 37 dei codici deontologici): “Al professionista (commercialista ndr) è fatto divieto di aquisire clientela tramite agenzie, procacciatori, mediatori o con qualsiasi modalità di intermediazione.”, “L’avvocato non deve acquisire rapporti di clientela a mezzo di agenzie o procacciatori o con modi non conformi a correttezza e decoro.”. Forse, se in due codici deontologici ci sono norme del genere, qualche motivo ci sarà pure. Non vedo analogo divieto, nel codice deontologico OMCEO: i medici e gli odontoiatri sembrano dunque liberi di farsi procacciare clienti a pagamento. Ci sarà qualcuno che storcerà il naso, altri invece che diranno: “embè, che ci vuoi fare? L’importante è incassare.”.

Sono però convinto di altre cose. Intanto, che ricevere clienti al di fuori di un rapporto fiduciario, del fisiologico “passaparola” che non va visto solo come canale di allargamento numerico della clientela, ma anche di reperimento di clienti “ecocompatibili” con la fisionomia di ogni studio, possa creare dei danni nei modi meno prevedibili: se una cosa parte male, nel senso che è snaturata fin dall’origine (a meno che non si sia deciso che ciò che fa l’odontoiatra o il commercialista o l’avvocato equivale alla vendita di un abbonamento alla palestra), forzata, qualcosa può facilmente andare storto come l’esperienza di molti professionisti credo possa confermare.

Poi pensando ai discorsi che faccio, praticamente ogni giorno, con i miei clienti dentisti mi domando: ma tutta questa enfasi pubblicitaria sui pazienti implantari, da dove viene? Ci sono, e io questo non lo so, praterie di edentuli?

Ieri mi ha chiamato un dentista quarantenne per chiedermi consiglio, uno molto informato, e gli ho chiesto lumi osservando che sui social si vedono postati quantità abbondanti se non maggioritarie di casi appunto “implantari”. Ho osservato che chi avesse puntato solo su impianti e sulla pubblicità, magari i “denti subito” e il prezzo, si sarebbe trovato a fronteggiare la concorrenza degli albanesi, e avrebbe alla fine inesorabilmente perduto la partita.

Ebbene, il dentista quarantenne profferì: è la popolazione sopra i 60 anni che ha bisogno di impianti, io vedo i giovani e la prevenzione ormai ha debellato l’edentulismo, occorre affiancare all’odontoiatria altre specialità, sennò i ricavi languono. Vero? Falso? A mio avviso, ma potrei sbagliare, ci sono anche molti “giovani (40-50) che perdono i denti, vuoi per uso di sostanze, vuoi per digrignamenti vari o altro. Poi, ho detto al dentista quarantenne, la faccenda che “la prevenzione avrebbe azzerato il bisogno del dentista” è vecchia come il cucco, ricordo un editoriale di Carlo Guastamacchia, un 30 anni fa, sul Dental cadmos, che sosteneva questo. Ma ancora oggi la gente ha bisogno del dentista, per fortuna.

Premesso tutto questo, osservo anche, e pongo a chi ha voglia di star dietro alle mie elucubrazioni, e che ha dunque avuto la pazienza di leggere tutta questa tiritera, la questione: è vero o non è vero che “l’odontoiatria non basta più” e occorre aggiungere altre “cose” (che potrebbero anche essere fuori dal perimetro della medicina: per informazione, Dentalpro sta lanciando i suoi poliambulatori); e poi torno sul punto: pagare qualcuno per farsi procurare clienti è il modo migliore per allargare la clientela?

Le impressioni di una giovane ASO e i pensieri in libertà di un navigato consulente

Ieri ero presso uno studio di una professionista che assisto nella gestione come consulente. A giovane ASO assunta da qualche mese, che ho contribuito a trovare con inserzione e selezione, ho chiesto: “Allora, come si trova qui?”, lei risponde: “Bene! E’ tutto diverso da dove lavoravo prima, sa, era una CLINICA“. Lo scambio di battute continua così: io: “Ah, una CLINICA, allora si lavorava molto?”, aso: “Si si, fanno pubblicità, hanno più sedi”, io: “Una clinica dice, ma quante poltrone avevate?”, aso: “Cinque poltrone”, io: “Ah, allora lo stesso numero di poltrone che ha lo studio dove è ora!”, aso: “Si, in effetti”, io: “e in quante assistenti eravate?”, aso: “tre”, io: “Ah, due in meno che qui.”.

Morale: la parola “clinica” nell’immaginario evoca grandi dimensioni, magari anche quando ciò non corrisponde alla realtà dei fatti, ma…basta la parola.

Continuo a incalzare la gentile aso: “Ma se le poltrone sono le stesse, dove è la differenza con la sua clinica?”, aso: “Beh, li non c’era il titolare come qua, eravamo tutti sullo stesso piano, ci sentivamo più liberi”. io: “Ma ci sarà ben stato qualcuno che non dico comandava, ma almeno coordinava, o no?”, aso: “Si, c’era un’impiegata che presentava i preventivi, e però domandava sempre a noi e ai medici delle cose, perchè non sapeva tutto della parte clinica, era lei che aveva i contatti con qualcuno da fuori che credo fosse un titolare, ma non abbiamo mai visto”.

Il dialogo con questa aso mi ha fatto pensare, intanto al fatto che non ci siano chiare regole rispetto all’utilizzo della parola “clinica” nelle denominazioni che si danno alle attività odontoiatriche: si vedono chiamare “cliniche” studi con due poltrone. Questo non mi sembra un fattore di chiarezza rispetto al pubblico.

Poi, ho pensato a questo gruppo di medici e assistenti, che si organizzava da solo, che doveva prendere decisioni senza l’aiuto, o l’incombenza, di un titolare che può essere percepito come sempre pronto a giudicare, che spesso impone le sue decisioni anche estemporanee, che cambia improvvisamente programmi, insomma in situazioni così spersonalizzate come quella vissuta dalla giovane aso nella sua presunta clinica, dove tutte le decisioni sono gestite da gruppi estemporanei, che cambiano magari spesso e che si devono autoorganizzare, forse il processo lavorativo è più fluido anche più produttivo

Corso IVA e medicina estetica

LINK AL PROGRAMMA:

https://corsiodontoiatriaecm.it/corso/iva-sulla-medicina-estetica-in-odontoiatria?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR3ABX66AwqfBNUMpqYVFjHxSkXZUg_KtzGo9SIVq8I2Y_BzjBeSQR08p3o_aem_AZJiCn2x_Nm68xc5DLEDOPKWOXpXDypl96wnbInPxYX-tG6TvcZrBQgLpBTTuqX8QjZFUig6uc_zvcbNf-PbDWBs

Dentisti e intelligenza artificiale? No problem

INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Commercialisti, avvocati, consulenti del lavoro, notai, programmatori di software, progettisti…..non dico che “se la fanno sotto” paventando di perdere lavoro a causa di questa “MIRACOLOSA” intelligenza artificiale (per ora di sicuro stanno perdendo lavoro grafici, disegnatori, copywriter). Ma insomma….

MA I DENTISTI NO! Per loro fortuna, e per quella di chi con loro e su di loro ci lavora, come sostengo da sempre: “IL DENTISTA NON RIMARRA’ MAI SENZA LAVORO”! Finchè la componente manuale è parte costitutiva delle prestazioni e la gente, per ricevere la cura, si deve recare fisicamente presso i luoghi deputati, non solo l’intelligenza artificiale, sempre per fortuna, ai dentisti gli farà un baffo, ma anche molte altre “minacce”, vedi la crisi economica (le prestazioni sono necessarie non “optional” e alla gente si può sempre “andare incontro” con i prezzi, come ho sempre visto fare dai dentisti che conosco, e inoltre i costi delle attività si possono sempre adeguare se necessario).

Il pericolo per il lavoro dei dentisti a mio avviso al momento non viene nè dalla crisi nè dalla tecnologia, che ancora non ha creato macchine con mani esperte, ma casomai da provvedimenti legali che consentano a non laureati di eseguire parte delle operazioni oggi di stretta competenza, quella che io chiamo “l’odontoiatria senza gli odontoiatri”, magari sulla base della considerazione che ci sono pochi dentisti rispetto alla domanda di cure

Se il 2023 ti è andato bene, puoi avere uno sconto sulle imposte da pagare. Come?

Sai cos’è la “Tassa piatta incrementale”? (no, non ha a che fare con il “terrapiattismo” ma puoi forse risparmiare qualcosa se…)

…Se nel 2023 il tuo reddito di lavoro autonomo è stato superiore a quello che hai conseguito nel 2020 o nel 2021 o nel 2022. In pratica, se il 2023 ti fosse andato meglio dei precedenti tre anni, e dichiari un reddito superiore a uno di quei tre anni precedenti, sulla differenza puoi avere un interessante “sconto” sulle imposte da pagare. Vale solo per quest’anno, salvo proroghe, quindi: chi può ne approfitti. La cosa è opzionale, e si opta compilando un’apposita sezione della dichiarazione dei redditi di quest’anno.

Nell’immagine un esempio, con un mio foglio di calcolo Excel, di un caso in cui un reddito 2023 che risulta superiore al più alto di quelli dichiarati nei tre anni precedenti, optando per la FTI, ipotizzando un aliquota media fra irpef e addizionali del 33%, si risparmiano €. 1.980. Li buttiamo via?

CCNL – Contratto dipendenti, ma cosa è un “CCNL”?

Nuovo CCNL studi professionali 2024 – i minimi tabellari

I 6 PRINCIPI DEL “CONTABILE ODONTOIATRICO”

Pubblico un pensiero sulla tenuta della contabilità. Non pretendo ovviamente di imporlo, è una mia riflessione, una sorta di “zibaldone di pensieri contabili”, penso più indicata agli studi di non grande dimensione, grazie per i commenti se ci saranno.

Principio nr. 1 della contabilità odontoiatrica – Al contadin non far sapere…

Alcune informazioni amministrative sull’attività non dovrebbero essere note ai dipendenti, in particolare: saldo dei conti bancari; ammontare dei debiti; ammontare e motivo dei prelievi personali da parte del titolare; la eventuale presenza di elementi che possono rivelare lo stato di crisi dell’attività.

Dal punto di vista organizzativo e del buon andamento dell’attività, tali riserve sono motivate dall’intento di non inserire elementi che possano disturbare l’ordinaria prestazione del dipendente, facendo sorgere in lui o lei dei sentimenti di critica, invidia, rivalsa qualora potesse sentirsi discriminato o svantaggiato vedendo come il titolare utilizza i fondi per fini personali.

In presenza di stati di crisi, anche solo temuti, il dipendente che lo venisse a sapere verrebbe caricato di problemi che non fanno parte della natura del rapporto di dipendenza, potendo creare atteggiamenti ansiosi e in definitiva rischiando di turbare la relazione contrattuale con il datore di lavoro.

Si tenga presente che il dipendente vede comunque come vanno le cose, osservando la quantità di appuntamenti, gli incassi, l’atteggiamento dei fornitori verso l’attività, il tenore di vita del titolare e altre manifestazioni che riguardano l’impiego del denaro prodotto dall’attività, anche dalla sua. La disponibilità di informazioni più dettagliate, come quelle indicate, potrebbe rafforzare il dipendente nel formulare dei giudizi negativi sul titolare, a confrontare quanto guadagna lui con ciò che spende il datore di lavoro sentendosi sfruttato, a tirare delle conclusioni e a prendere iniziative, con i clienti, i fornitori, anche con i colleghi del titolare, che non gli spetterebbero. In pratica, la diffusione di informazioni che andrebbero invece considerate riservate al titolare ne può mettere in discussione la leadership e indurre o aumentare la conflittualità in studio.

Si tenga anche presente che l’eventuale messa a disposizione di certe informazioni va rapportato all’inquadramento (livello) del dipendente. Si tenga anche presente che il possesso delle informazioni indicate non sembra compatibile con le competenze delle c.d. “Aso” in riferimento alla lettera D) della descrizione del processo di lavoro e alla competenza nr. 4 come indicate nell’accordo per il profilo professionale della figura del 7 ottobre 2021.

Perciò, al dipendente è accettabile e sicuro far gestire: incassi e fatturazione; una piccola contabilità di cassa contanti e delle marche da bollo; gli ordini e il magazzino. Con riserve: il ricevimento e il controllo delle fatture dei fornitori; l’aggiornamento dello scadenziario dei pagamenti al fine della preparazione di liste da consegnare al titolare, che provvederà personalmente all’esecuzione degli stessi; la previsione delle entrate. Se delegato ai versamenti in banca di contanti e assegni, si dovrà fare in modo che non possa venire a conoscenza dei saldi dei conti e dei movimenti. Non dovrà poter accedere all’home banking e visionare gli estratti conto bancari e delle carte di pagamento in uso al titolare.

Conoscere i costi delle cure odontoiatriche non serve a niente

La questione della conoscenza del costo di produzione del prodotto commercializzato o del servizio prestato è, in generale, da considerarsi un’informazione che è meglio avere. I manuali che trattano l’analisi dei costi sono numerosi, e anche per l’odontoiatria si possono trovare indicazioni sul come procedere per ottenere questa informazione. Visto lo sforzo organizzativo e amministrativo che l’averla impone, per quale motivo, a parte la legittima curiosità, lo si dovrebbe sostenere?

Per sapere se vale la pena darsi da fare per sapere quanto è costata l’otturazione fatta alla signora Pina, ci si può allora domandare: avuta quell’informazione, cosa può cambiare nella mia situazione?

Cominciamo a ragionare sulla questione della misura del reale guadagno, o della perdita, che dalla conoscenza del costo della prestazione può scaturire. Se ci si accorgesse che ci si rimette, bisognerebbe ovviamente aumentare i prezzi, o rinunciare per il futuro ad eseguire quella particolare prestazione. Ma è possibile? Per quanto riguarda i prezzi, l’informazione sul costo delle cure sarebbe utile se i primi fossero variabili a piacimento, cosa che è fattibile più in teoria che in pratica. Si pensi, al limite, ai prezzi per le prestazioni convenzionate, decisi in modo del tutto indipendente dalla volontà del dentista, il quale può solo accettarli, e si capirà che anche se si scoprisse che ci si rimette, l’unica libertà sarebbe quella di rifiutare di eseguire la prestazione in convenzione. Si pensi anche che i prezzi dei dentisti, in linea generale, non sono quasi mai basati sui costi di produzione, che per la maggioranza dei professionisti rimangono tuttora ignoti. I prezzi, nella stragrande maggioranza degli studi, si fissano infatti sulla base di ciò che si ritiene essere un prezzo praticabile nella particolare situazione del professionista, del territorio e del paziente. Tutti elementi che nulla hanno a che fare con i costi.

Per quanto riguarda la situazione in cui si scoprisse che eseguire una certa prestazione fa perdere denaro, o guadagnare troppo poco, ci si può veramente rifiutare di eseguirla? Se lo si facesse, è probabile che il servizio reso al paziente ne risentirebbe, ne sarebbe impoverito, con le conseguenze del caso, non ultima quella della perdita del cliente.

Per concludere questa prima disamina della questione “costo delle cure”: in base a quanto esposto conoscere quanto è costata l’otturazione della signora Pina, o l’igiene del pensionato Giovanni, non serve e potrebbe perfino indurre comportamenti controproducenti.

Oltretutto, se andiamo a guardare l’aspetto strettamente economico dell’attività del dentista, è assolutamente plausibile che lo stesso non sia minimamente interessato a sapere il costo per lui di singole prestazioni, anche perché sa bene che ogni prestazione, seppur uguale a livello di nomenclatore ad un’altra, nella pratica può essere molto diversa nelle condizioni di esecuzione. Ed avrebbe ragione, in quanto caratteristica di una produzione come quella sanitaria è che il costo di una cura è misurabile con precisione solo dopo averla eseguita. Basterà allora, a livello del controllo di gestione, essere in grado di sapere se l’attività nel suo complesso, cioè l’insieme delle prestazioni eseguite, fra quelle che rendono molto e quelle che fanno perdere, alla fine di un certo periodo, ad esempio l’anno, ha portato sufficiente reddito al suo titolare o meno. Se lo avrà fatto, a che scopo fare lo sforzo richiesto dall’analisi dei costi di produzione di una attività così complessa, come quella odontoiatrica?

Basterà allora, al dentista, disporre di un sistema amministrativo efficace nel sapergli dire se l’attività nel suo insieme va bene o no. Oltretutto, disporre di un sistema del genere è molto meno impegnativo dello scoprire il costo delle prestazioni, ci si può anche giovare dei dati presenti nel gestionale, meglio ancora di quelli presenti in una eventuale contabilità specializzata presente in studio, cosa sempre più consigliata visti i tempi, o al limite di quelli del commercialista, per quanto con alcune riserve. Meglio dei dati del commercialista potrebbero essere quelli dell’home banking, visto che sempre di più si assiste alla rarefazione delle transazioni per contanti.

Per sintetizzare:

  • se non hai potere sui prezzi, a che serve conoscere i costi?
  • in una produzione variegata e altamente variabile nelle sue condizioni di svolgimento, non conviene risparmiare energie e concentrarsi, amministrativamente, sulla misura del risultato dell’attività nel suo complesso, anziché su quello delle singole prestazioni?
  • e poi, data la variabilità delle condizioni produttive tipiche dell’odontoiatria, a cosa serve avere un dato preventivo di costo, se è molto probabile che non sarà rispettato?

Per quale altro motivo, o motivi, vale dunque la pena lavorare amministrativamente per conoscere il costo delle prestazioni eseguite?

Se ritieni che, nonostante quello che hai appena letto, ti possa interessare sapere quanto ti è costato eseguire l’otturazione della signora Pina, l’igiene del pensionato Giovanni o la protesi su impianti del ragionier Francesco eseguita dal consulente, l’occasione d’oro è quella di frequentare un corso specialistico, alla portata di tutti, che si terrà a Roma il 6 maggio 2023. A questo link ogni informazione: https://corsiodontoiatriaecm.it/corso/costi-e-prezzi-delle-cure-odontoiatriche-il-corso-base