Pubblicato su «Mondo Ortodontico», n. 3/1998 (maggio-giugno). Il testo è riproposto nella versione originale: norme, dati e riferimenti sono quelli dell’epoca.
Parlare di gestione della produzione in odontoiatria è una cosa poco usuale, anche se, per certi versi, il modello di “ergonomia stomatologica” ne rappresenta una precisa descrizione. Infatti, assumendo come obiettivo generale dell’attività odontoiatrica, e per traslato di quella ortodontica, quanto ci dice Guastamacchia: “produzione di salute stomatologica della migliore qualità possibile, nel minor tempo possibile, nella massima quantità possibile e nelle migliori condizioni per lo staff ed il paziente”, troviamo una chiarissima indicazione, direi necessaria e sufficiente, per trovare le linee-guida non solo per l’organizzazione del lavoro e degli spazi, secondo i dettami oramai “classici” della scuola ergonomica, ma anche per quanto riguarda la gestione delle operazioni in senso stretto, appunto, dato che il lavoro del dentista si può inquadrare economicamente come “produzione di un servizio” e che questa produzione, come quella di qualsiasi altro prodotto, deve rispondere ai criteri cardine dell’economia: efficacia ed efficienza.
Efficacia
Per il concetto di efficacia, si intende una sorta di attitudine dell’organizzazione produttiva, in questo caso lo studio medico, a raggiungere gli obiettivi fissati o a conseguire i risultati terapeutici previsti. Ad esempio, l’efficacia si può riferire al fatto che, attraverso opportune operazioni, la malocclusione di un paziente viene corretta, a prescindere dal modo e dal tempo in cui questo accade. Detto in altro modo, se l’obiettivo è la correzione della malocclusione, come di solito è parlando di trattamenti ortodontici, anche se, per ipotesi, ci si mettessero vent’anni chiedendo inoltre al paziente di portare e mantenere apparecchiature complesse, si sarebbe comunque raggiunto l’obiettivo, si sarebbe stati comunque efficaci. Un altro esempio potrebbe essere il seguente: se si decide, per un qualsiasi motivo, che in una giornata di lavoro si devono assolutamente eseguire ottanta controlli ortodontici, e ciò avvenisse però a scapito di alcuni pazienti, per i quali non si è proprio trovato il tempo, in quella giornata, per completare con correttezza l’intervento previsto, si sarebbe efficaci dal punto di vista dell’interesse dello studio ma si perderebbe la qualità della prestazione. Con ciò si vuole dire che come spesso succede, essere efficaci richiede un bilanciamento di interessi, delle scelte continue fra soluzioni, talvolta, pure antagoniste fra loro. Qual è allora il criterio di scelta fra queste alternative?
Efficienza
Quale linea-guida adottare per scegliere la giusta via per l’efficacia?
Questo criterio è, appunto l’efficienza, concetto di natura totalmente economica in quanto si occupa di un rapporto fra utilità e sacrificio, fra un ammontare di risorse definito come “necessario”, naturalmente per raggiungere un dato obiettivo, cioè per essere efficaci, e un ammontare di risorse poi effettivamente utilizzato. Si può capire da quanto detto che si può essere efficaci senza essere efficienti, cioè raggiungere gli obiettivi ma essere degli spreconi, oppure “consumando” se non le proprie risorse, personale, materiale e attrezzature.
Rapporto efficacia/efficienza
Ma come si fa, operativamente, a determinare se il rapporto desiderato tra efficacia ed efficienza è stato davvero raggiunto?
Innanzitutto bisogna darsi degli obiettivi: senza questi l’efficacia non è né definibile, né misurabile. Subito dopo bisogna effettuare delle misurazioni: essendo sia l’efficacia, sia l’efficienza dei rapporti tra grandezze misurabili, tutto si risolve effettuando delle misurazioni delle grandezze che riguardano il periodo di interesse.
Naturalmente le misure devono essere significative, ripetitive ed accurate.
Misurazione delle grandezze
Nella misurazione di grandezze, fisiche o economiche, intervengono alcune tecniche statistiche, a volte molto sofisticate. Nella pratica dello studio ortodontico, ma anche di quello odontoiatrico, (senza andare a scomodare concetti come “popolazione” e “campione casuale”) due valori possono essere molto utili per analizzare e capire i dati raccolti, senza farsi fuorviare: media e varianza. Pensiamo di raccogliere i risultati della misurazione di una grandezza economica di interesse per lo studio (per esempio la durata delle visite effettuate in un dato periodo): registreremo quindi la durata in secondi di tutte le visite nel periodo, misurando con uno strumento adatto (per esempio un orologio dotato di contasecondi) e con procedure assegnate.
A questo punto possiamo porci il problema della analisi e interpretazione dei dati. Dapprima calcoleremo la media delle misurazioni. La media si calcola come somma algebrica (cioè considerando anche il segno) dei valori diviso il numero dei valori.
In formula si scrive:
Media
Media = [ Somma(Vi) i=1,N ] / N
dove Vi sono i valori registrati e N è il numero dei valori considerati.
Si noti come l’unità di misura della media è la stessa dei valori considerati.
La media ci esprime sinteticamente il valore attorno al quale si distribuiscono i valori effettivi. Il vantaggio derivante dall’impiego di tale valore è evidente: un solo valore ci rappresenta sinteticamente tutta una serie di dati anche molto numerosa.
Una cosa appare chiara: individuando una serie di dati con la sola media abbiamo perduto delle informazioni relative alla distribuzione dei dati stessi.
Consideriamo per esempio queste due serie di dati (misure della durata di una prestazione ortodontica in secondi)
Esempio 1 [media]
V1 = 320 V2 = 290 V3 = 310 V4 = 301 V5 = 305
La media è: Vm = (320 + 290 + 310 + 301 + 305) / 5 = 305,2 secondi
Esempio 2 [media]
A1 = 420 A2 = 190 A3 = 360 A4 = 251 A5 = 305
La media è: Am = (420 + 190 + 360 + 251 + 305) / 5 = 305,2 secondi
Avrete già notato come la media è sempre la stessa ma le due serie di dati sono assai differenti tra loro. In particolare la seconda è composta da valori che si allontanano di più dal valore della media testé calcolato.
Il concetto di varianza ci viene in aiuto per meglio rappresentare le due serie di dati.
La varianza è la media dei quadrati degli scarti delle misure dalla media delle misure stesse.
In formula si scrive:
Varianza
Varianza = [ Somma(Vi − Vm)2 i=1,N ] / N
dove Vi sono i valori registrati, Vm la loro media e N è il numero dei valori considerati.
Si noti come l’unità di misura della varianza non è la stessa della media e dei valori considerati.
La varianza ci esprime sinteticamente quanto i valori effettivi si discostano dal loro valore medio. Il vantaggio dell’impiego della varianza è evidente: un solo valore ci rappresenta sinteticamente la distribuzione di tutta una serie di dati anche molto numerosa.
Un valore elevato della varianza ci esprime una grande distanza dei valori dal loro valore medio, mentre un piccolo valore della stessa indica che tutti i valori sono vicini alla loro media. Ciò significa, parlando di prestazioni odontoiatriche, che le prestazioni con la varianza più elevata, fra le varie prestazioni di uno studio, sono quelle che presentano la più alta probabilità di imprevisti, tanto che, una volta fissata la loro durata con il valore medio delle misure effettuate, possiamo stare quasi sicuri che quella effettiva sarà diversa da quella prevista.
È evidente l’impiego pratico, nella gestione degli appuntamenti, di una simile informazione. Per l’ortodonzia, si può affermare con sufficiente sicurezza che la maggior parte delle sedute collegate a questa branca dell’odontoiatria è del tipo a “bassa varianza”, e ciò può spiegare alcuni vantaggi economici connessi alla pratica dell’ortodonzia rispetto a quella dell’odontoiatria.
Riprendiamo gli esempi precedenti:
Esempio 1 [varianza]
V1 = 320 V2 = 290 V3 = 310 V4 = 301 V5 = 305
La media è: Vm = 305,2 secondi (come calcolato prima)
La varianza è: Vv = [ (320−305,2)2 + (290−305,2)2 + (310−305,2)2 + (301−305,2)2 + (305−305,2)2 ] / 5
Vv = 98,16 secondi2
Esempio 2 [varianza]
A1 = 420 A2 = 190 A3 = 360 A4 = 251 A5 = 305
La media è: Am = 305,2 secondi (come calcolato prima)
La varianza è: Av = [ (420−305,2)2 + (190−305,2)2 + (360−305,2)2 + (251−305,2)2 + (305−305,2)2 ] / 5
Av = 6478,16 secondi2
Notiamo subito come la differenza del valore della varianza nei due esempi è elevatissima: infatti i dati del secondo esempio si discostano molto dal loro valore medio mentre nel primo esempio le differenze sono più contenute.
A questo punto non rimane che andare in studio ed iniziare a pensare agli obiettivi che ci possiamo dare, alle risorse rispetto alle quali misurare l’efficienza e in quale periodo effettuare le misurazioni.
Strumenti di misura alla mano, possiamo subito cominciare a capire quanto siamo efficaci ed efficienti nella pratica professionale; potremo anche fare misurazioni ripetute nel tempo delle stesse grandezze e potremo analizzarne l’evoluzione.
Buon lavoro!
Si ringrazia l’ing. Paolo Astorri per le formule contenute nel presente articolo.
Rispondi